GUIDO KELLER: L’ ESTETA E L’ UOMO D’AZIONE. LA VITA È UNA...

GUIDO KELLER: L’ ESTETA E L’ UOMO D’AZIONE. LA VITA È UNA PASSIONE LUDICA (1°Parte)

di Marco Riggi

Guido Keller nacque a Milano nel 1892, da una famiglia aristocratica di origine elvetica (i conti Keller Von Kellerer, trasferitisi in Lombardia a metà ‘800). Dopo le scuole elementari, fu mandato in un convitto svizzero rivolto a rampolli di buona famiglia, ma per via della sua indole anticonformista e sofferente alle convenzioni, resistette solo due anni a quell’ambiente rigoroso e “borghese”. Un personaggio come lui, amante dell’avventura, romantico e irrequieto, fu presto attratto dal mondo dell’aviazione, e pertanto si iscrisse, nel 1915, al Battaglione aviatori civili di Mirafiori. Si distinse subito per il suo talento e fu subito considerato tra i migliori piloti. Non tardò a dimostrare a tutti la sua eccentricità e la sua spericolatezza: tornato da un giro di campo, atterrò col suo velivolo (un Bleiròt) a motore spento. Invece di chiedere aiuto ai motoristi, si cimentò per rimettere in moto l’aereo: ebbe successo e l’elica cominciò a ruotare, ma l’aereo cominciò a girare su se stesso e Keller, afferrata un’ala per fermarlo, fu spinto in avanti contro il disco dell’elica, riportando incredibilmente soltanto uno squarcio al cuoio capelluto. Da quell’episodio, nacque presso gli aviatori della Mirafiori il mito del pilota che con la sua testa così dura poteva rompere un’elica. Keller reagì a queste voci convocando i suoi “detrattori” e fondando, con rito solenne, la Società degli Amici del Pelo: di ognuno dei soci prese una ciocca di capelli, poi decollò col suo aereo e arrivò nel cielo di Torino, dove sparse i capelli dei soci “in segno di protezione e di promessa dei piloti di Mirafiore”. Nel 1915 (la Grande Guerra era in corso), ottenuto il brevetto da pilota civile, si arruolò nell’Aeronautica nella Terza Squadriglia Aviatik: ancora dimostrò il suo vero valore e il suo talento di combattente dell’aria. Combatté in seguito, come pilota scelto, nella famigerata 91^ Squadriglia da Caccia di Francesco Baracca. Nel corso del conflitto, fu protagonista di tanti episodi singolari. Una volta si alzò in volo e superò le linee italiane: raggiunto un campo nemico, lanciò in picchiata un astuccio in metallo con una fiamma tricolore. Questo conteneva un suo messaggio scritto in stile dannunziano: il giorno seguente un pilota austriaco, il migliore scelto fra i colleghi, era invitato a cimentarsi in un duello con lui in uno scontro senza armi. Avrebbe vinto il pilota che per primo si sarebbe accodato col velivolo dietro all’avversario. Gli altri piloti austriaci erano inviati ad assistere al duello aereo. Gli austriaci accettarono, quindi Keller affrontò il suo avversario e lo sconfisse. In seguito, cavallerescamente scortato da una pattuglia di aerei nemici, per gesto simbolico raggiunse il cielo di Trieste, sorvolò la città e, dopo aver scambiato amichevoli e vistosi saluti coi piloti austriaci che lo avevano accompagnato, tornò indietro verso le linee italiane. Finita la guerra, nel 1919 l’Italia annetté il Trentino Alto Adige e la Venezia Giulia, compresa Trieste, esclusa però la città di Fiume. La delusione che suscitò questa “vittoria mutilata” e la volontà d’azione indusse D’Annunzio (noto come il Comandante) ad occupare nel settembre 1919, con un manipolo di legionari, l’irredenta Fiume (“la città olocausta”). Iniziò così il periodo della “passione fiumana e dalmatica”. Keller, ormai noto nel dopoguerra per le sue gesta, aveva conosciuto D’Annunzio durante il conflitto, e ne era divenuto seguace durante l’armistizio. Si unì quindi al suo seguito nell’impresa fiumana. “Il Comandante lo consulta e gli vuol bene. I bambini piccini credono che sia il Diavolo” (Leone Kochnitzky, La quinta stagione o i centauri di Fiume, a cura di Alberto Luchini, Zanichelli, 1922). A fiume Keller conobbe anche Giovanni Comisso, futuro scrittore e poeta: “Un giorno sulle scale dell’albergo mi incontrai con l’aviatore Guido Keller, segretario d’azione del Comandante. Guardavo questo uomo strano di volto in cui brillavano acutissimi gli occhi neri, che mi scrutavano dalla testa ai piedi. Quando fummo vicini, mi tese la mano e subito ci mettemmo a parlare. […] Parlammo di fare la rivoluzione che cominciasse a mutare l’ordinamento dell’esercito, di abolire i gradi superiori al capitano, di ricreare le antiche compagnie di ventura di tradizione italiana, di prendere l’ardito come tipo esemplare del vero soldato italiano e di modificare la divisa, abolendo il colletto chiuso e la inutile spada”. (Giovanni Comisso, Le mie stagioni, Longanesi, 1963) Insieme a Comisso, Keller fondò il movimento Yoga, che rappresentò una cosiddetta Unione di Spiriti Liberi tendenti alla perfezione. Il movimento, che aveva come simboli una svastica (allegoria del carro del Sole) e una rosa a cinque petali, era caratterizzato dall’esoterismo, voleva contrastare le spinte conservatrici e reazionarie che caratterizzavano almeno in parte il seguito di D’Annunzio: il gruppo si apriva al libero “vivere” anti-borghese, a ladri e prostitute, alle orge. Nei proclami si voleva “insegnare la scienza dell’Amore cioè della Trasformazione. L’Amore come sensazione, come sentimento, come idea; […] la filosofia non come amore della Scienza, ma come Scienza dell’Amore” (Ferdinando Gerra, L’impresa di Fiume. II: La Reggenza italiana del Carnaro, Longanesi, 1974). L’impresa fiumana veniva vissuta “come momento perennemente ludico”, tuttavia senza allontanarsi dall’impegno pratico e dalla realtà. Inoltre, per il carnevale del 1920 Keller propose di organizzare il cosiddetto Castello dell’Amore (si voleva una festa in maschera con costumi medievali), ma tale iniziativa non trovò l’approvazione del Comandante D’Annunzio. Raccogliendo un gruppo di giovani scapestrati (non accolti da D’Annunzio, accampatisi quindi in un cantiere navale), Keller fondò La Disperata, una compagnia di volontari destinata alla guardia del corpo del Comandante: “Andato a vedere cosa vi facevano, trovò che se ne stavano nudi a tuffarsi dalle prue delle navi immobilizzate, altri cercavano di manovrare vecchie locomotive che un tempo correvano tra Fiume e Budapest, altri arrampicati sulle gru, cantavano. Gli apparvero ebri e felici, li fece radunare e li passò in rassegna: erano tutti bellissimi, fierissimi e li giudicò i migliori soldati di Fiume. Inquadrò questi soldati che tutti chiamavano i disperati per la loro situazione di abbandono e li offerse al Comandante come una guardia personale. La sua decisione fece scandalo tra gli ufficiali superiori, ma il Comandante accettò l’offerta. Con la creazione di questa compagnia, Keller aveva cominciato a realizzare le sue idee di un nuovo ordine militare. Grande parte del giorno questi nuovi soldati facevano esercizio di nuoto e di voga, cantavano e marciavano attraverso la città a torso nudo con calzoncini corti, non avevano obbligo di rimanere chiusi in caserma, ma gli stessi esercizi con la loro piacevolezza li persuadevano a tenersi raggruppati e alla sera per loro divertimento se ne andavano in una località deserta chiamata La torretta, dove divisi in due schiere iniziavano veri combattimenti a bombe a mano, e non mancavano i feriti. [Era un] manipolo di uomini decisi, spregiudicati, violenti nell’adorazione e nell’impeto: fiore della rivolta e della libertà, passato attraverso il setaccio della guerra e degli stati d’animo, se non delle idee, rivoluzionari. Erano mastini ed erano fanciulli: sicuri come truppe di colore, consapevoli come ‘soldati della morte’, lieti e canori come atleti in gara continua. Alcuni elementi moralmente impuri non la deturparono, ma le diedero un colore crepuscolare di gente maledetta dai saggi e dai mediocri, che costituì il suo fascino più orgoglioso”. (Giovanni Comisso, op. cit.) “Il motto dei legionari era: ‘Me ne frego!’ ed i cuori delle fanciulle si facevano rapire. Passavano svelti sfiorando la terra – il torso nudo – le gambe nervose – cantando inghirlandati di fiori dopo il nobile esercizio delle armi.” (Guido Keller, in Krimer, Incontro con Guido Keller, Mantero, 1938) Il Comandante accreditava, col consenso di tutti i legionari, la mancata annessione di Fiume al Presidente del consiglio Nitti. In questa situazione Keller (l’unico autorizzato a dare del tu a D’Annunzio, con cui instaurò un forte legame) giunse in volo nel cielo di Roma e lanciò tre “messaggi”, uno sul Vaticano, uno sul Quirinale e uno su Montecitorio: “Giunto a destinazione offrì al Vaticano delle rose rosse per Frate Francesco, sul Quirinale lanciò altre rose rosse alla Regina e al Popolo, in pegno d’amore. Su Montecitorio scagliò invece un arnese di ferro smaltato, con uno striscione di stoffa rossa, delle rape legate al manico e un messaggio: Guido Keller – Ala Azione nello splendore – dona al Parlamento e al Governo che si reggono da tempo con la menzogna e la paura, la tangibilità allegorica del Loro Valore. Roma, 14 del terzo mese della Reggenza.” (Igino Mencarelli, op. cit.) L’arnese smaltato cadde sul tetto dell’Hotel Milani: “…qualcuno del personale dell’albergo salito sul tetto e avvicinatosi con precauzione all’involucro caduto non tardò a riconoscere che non si trattava di una bomba, ma di un oggetto che sta abitualmente nei comodini vicino al letto, un po’ più grande dell’ordinario…” ([S.f.], Da Roma, in Yoga, n. 2, 20 novembre 1920) L’oggetto in questione non era altro che un pitale, su cui Keller veniva spesso ritratto. Dopo il volo su Roma, volle fare tappa nel cielo di Spàlato, in Dalmazia, al fine « … di provocare colà i Vespri Spalatini, approfittando ancora della presenza della nave Puglia, alla quale i serbi avevano ucciso il comandante e l’ufficiale in prima» (sue parole).  Terminata l’esperienza di Fiume, non cessarono le sue azioni rocambolesche. Ne ricordiamo una in particolare (per certi versi simile a una delle tante imprese di Amedeo Guillét), che fu compiuta nel 1925: assegnato a una squadriglia di ricognizione a Bengasi in Libia, colonia italiana, Keller si offrì volontario per vendicare l’eccidio del Maggiore Ferruccio Capuzzo (Comandante dell’Aviazione della Cirenaica) e del suo equipaggio, ad opera di arabi locali. Alzatosi in volo, uccisi alcuni ribelli avvistati a terra, fu costretto ad atterrare sulla via del ritorno per problemi al motore, quindi, sceso dal velivolo imbracciò il moschetto, pronto all’ingaggio col nemico. Sbucarono dal nulla alcuni arabi, che, ingannati dal suo aspetto, lo scambiarono per uno di loro: Keller, lasciato cadere a terra il moschetto, immediatamente fraternizzò con questi, raccontando storie inverosimili, per poi venire ospitato nella tenda del loro capo. Si ripresentò al campo d’aviazione di Bengasi una mattina, in groppa a un cavallo sauro avvolto nel baracano, accompagnato da una pattuglia di ribelli mansueti. Il cavallo gli era stato donato dal capo arabo. Congedatosi dalla Regia Aeronautica, fu in Turchia e poi in Germania, dove sperimentò il volo a vela. In seguito fu mandato per una missione commerciale in America latina: passato l’inverno in Venezuela, risalì con grande spirito di avventura il fiume Orinoco, attraversò la Guaiana e raggiunse il Mare Caraibico. Ebbe l’intento di lanciarsi in una nuova avventura rivoluzionaria per fondere le repubbliche sudamericane e, anche in quelle terre, si distinse per il suo anticonformismo: “La bella tradizione di fede ha dilagato il suo respiro nelle terre d’oltre mare. I morti sono pari a quelli di Fiume. Seguo il cammino dettato dal destino: ho cercato la mia terra tranquilla lontana e come Ulisse sono caduto dalla padella nella brace”. (Sandro Pozzi, Guido Keller. Nel pensiero, nelle gesta, curata da Sandro Pozzi, Mediolanum, 1933) Tornato in Italia nel 1928, si dedicò allo studio dei viaggi con gli idrovolanti lungo i fiumi e le coste brasiliane, colombiane e venezuelane. Si legò anche ai futuristi, sognando progetti come la Conquista del Sole (uno spettacolo aereo che prevedeva la collaborazione del pittore e pilota futurista Federico Azzari) e la Città di Vita (un luogo isolato per artisti ed esteti in cui riproporre l’ideale di vita ludica espressosi a Fiume). Keller perse la vita in un incidente stradale nel 1929, insieme a due amici e colleghi, Vittorio Montiglio e Giovanni Battista Salina, mentre erano diretti in automobile a Vallombrosa. Fu sepolto vicino alla tomba di D’Annunzio.

Nessun commento

Lascia un commento