Nessuna ripresa, ecco il mondo del lavoro in Italia

Nessuna ripresa, ecco il mondo del lavoro in Italia

di Simone Bosco

Nonostante le continue rassicurazioni che provengo dagli istituti di credito e da fonti governative, l’economia italiana non naviga in buona acque. La cartina di torna sole dello stato di crisi dell’economia italiana è ben rappresentato dal aumento del tasso dei giovani inattivi detti “Neet”.

Che cosa sono i “Neet”?

Il termine “NEET”, acronimo di Not (engaged) in Education, Employment or Training, definisce la fascia di popolazione compresa tra i 18 e i 29 anni, che non studia e non lavora. Seppur storicamente elevato nei paesi dell’area meridionale europea, il tasso di Neet è aumentato tra il 2005 e il 2015 dal 22,8% al 31,1% (+8,3% su base decennale). Come ha notato di recente il prof. Emilio Reyneri, ordinario di sociologia dei processi economici e del lavoro alla Bicocca di Milano, “non può essere imputato tutto alla sindrome dello scoraggiamento, perché è una componente che fa parte della congiuntura e si percepisce ovunque.”

Sicuramente il dato statistico è di forte impatto e la sua lettura può aprire a difficili interpretazioni. Tuttavia dobbiamo tenere in considerazione due linee interpretative del fenomeno: una statistica e una psicologica.

L’Istat indica quali disoccupati tutti gli individui che non hanno un impiego ma ne hanno cercato uno nelle ultime quattro settimane o sarebbero disposti ad iniziare un’attività entro un certo arco di tempo. Mentre gli inattivi sono gli individui che non fanno parte delle forze di lavoro e cioè non lavorano e non sono in cerca di un’occupazione. In questo caso è difficile individuare quale sia il tasso di disoccupati effettivo data la variabilità interpretativa del dato. Una delle chiavi di lettura per giungere per lo meno ad un’idea di fondo di come funziona il meccanismo occupazionale in Italia la si potrebbe ricercare confrontando i dati dello scorso novembre tra tasso di disoccupazione e tasso di inattività dei giovani dai 25 ai 34 anni: tasso di disoccupazione in discesa del 2,1%, tasso di inattività in crescita del 2,2%. Una “compensazione” quasi simmetrica che non si accompagna a una crescita dell’occupazione, giù dello 0,2% su scala annua.

A chi posso chiedere per farmi trovare un lavoro?

Un altro elemento che finisce per alimentare l’inattività è il ricorso a canali “informali” per la ricerca di impiego, cioè le segnalazioni da parte di un conoscente, prassi che secondo ricerche Isfol contribuisce a oltre il 30% dei collocamenti. L’abitudine ad utilizzare” i canali personali si fonda sulla scarsa efficienza dei servizi per l’impiego (appena il 3,4% delle collocazioni mediate nel 2011) e dall’inesistenza di forme di sussidio, diretto e indiretto, che sostengano la prima fase di ricerca del lavoro e dunque di disoccupazione.

L’Italia non è un paese per giovani?

Un altro aspetto che contribuisce in maniera determinante sull’aumento del tasso dei giovani inattivi è il cosiddetto “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro. Il fenomeno è generato dal lato della domanda, dalla carenza di competenze adatte rispetto alle aspettative di chi assume, e dal lato dell’offerta, da condizioni e retribuzioni disallineate rispetto alle competenze dei laureati. In Italia le condizioni di primo contratto e prospettive di carriera limitate disincentivano l’ingresso di risorse ad alto tasso di qualifiche nel tessuto produttivo obbligando le nostre risorse “universitarie” o ad emigrare oppure ad attendere condizioni lavorative più favorevoli.

La situazione è critica

L’Italia non produce più posti di lavoro né tanto meno ricchezza e innovazione su larga scala. I vincoli creati dalle normative europee e la concorrenza sleale della forza lavoro straniera pone il nostro paese su strade sempre più strette e tortuose per uscire dalla crisi. Solo un governo che riacquisti sovranità politica e monetaria potrebbe recuperare quel minimo di autorità per imporre un nuovo modello di sviluppo, ma questa è un’altra storia.

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