Giorno del ricordo, fondamenti di un odio.

Giorno del ricordo, fondamenti di un odio.

di Mattia de Persio

Sono passati 12 anni da quando lo Stato italiano ha finalmente riconosciuto il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani, di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre. Tuttavia, se il silenzio rotto dopo 70 anni non è bastato a far tacere per sempre quella tendenza di una buona parte della sinistra (istituzionale e non) a minimizzare un genocidio etnico e politico perpetrato nei confronti di italiani, negli ultimi anni ha persino accentuato quel giustificazionismo e riduzionismo che per decenni ha insabbiato una tragedia che emanava anche le chiare responsabilità e complicità del Partito comunista italiano.

Ma il dramma del confine orientale non riguardò soltanto i massacri delle foibe occorsi durante la guerra e nell’immediato dopoguerra. Già dalla fine del 1944 si andarono a creare i presupposti di questa immane tragedia culminata infine con l’esodo dalle terre giuliano-dalmate a seguito di pace firmati a Parigi nel 1947. Le Brigate Garibaldi, nel dicembre 1944 avevano accettato, dietro esplicito ordine di Togliatti, di obbedire agli ordini dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, nell’ottica di consegnare la piccola area della Slavia veneta al confine con la Slovenia al nuovo stato che sarebbe stato formato da Tito dopo la guerra. Nel febbraio 1945, a pochi chilometri dal confine con la Slovenia, in provincia di Udine, diciassette partigiani della Brigata Osoppo, formazione di orientamento cattolico e laico-socialista, dopo essersi opposti ai piani di Tito furono giustiziati da un gruppo di partigiani della Brigata Garibaldi. Il primo di maggio del 1945, a guerra ormai conclusa, l’esercito jugoslavo entrò a Trieste, anticipando di un giorno le truppe alleate. Trascorsero 40 giorni con la città sotto il controllo degli Jugoslavi.

Togliatti rivolse un appello ai “lavoratori di Trieste”, sostenendo che era loro dovere accogliere le truppe di titine come truppe di liberatrici. Fin dal primo giorno le forze jugoslave repressero brutalmente chiunque si opponeva alla presenza comunista in città non facendo alcuna distinzione tra normali cittadini e antifascisti membri del Cln.

Eppure è giusto parlare ancora di un semplice revisionismo fondato nel sottobosco ideologico dell’antifascismo all’indomani del secondo conflitto mondiale?

O si può anche parlare di una genesi storica sulla quale si fonda un odio e disprezzo primordiale contro la propria nazione, la propria gente e la propria storia?

Vale sempre la pena ricordare quando nel 1918, a guerra ormai conclusa, l’emblematico trattamento riservato ai nostri reduci derisi e umiliati durante il biennio rosso in Italia, il “benvenuto” dato dalle delegazioni del PCI ai trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati nei porti di Venezia e Bari, o alla stazione di Bologna quando le ferrovieri minacciarono uno sciopero per evitare che il treno con gli esuli si fermasse.

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