ALFREDO ORIANI E LA TERZA ITALIA (2°parte)

ALFREDO ORIANI E LA TERZA ITALIA (2°parte)

di Marco Riggi

Pensiero politico

Oriani scrisse:

«Ci vogliono vent’anni perchè L’Italia attraversi tutta la palude della falsa democrazia e del vile realismo economico e torni ad avere coscienza del suo cammino».

Dunque, vent’anni dopo era il 1926, la costruzione del nuovo stato. Oriani fu per la Destra del Novecento una pangea di ideali, o se si preferisce, di miti incorruttibili ed eterni dal valore metastorico e atemporale, trascendente rispetto al divenire della storia, immutabile e valido per ogni epoca.

Oriani fu già un nazionalista prima ancora che nascessero l’ANI e i Fasci di combattimento, fu storico assennato e giudizioso; ebbe anche la stima di Croce, che poi gli rinnegò quando si accorse di avere a che fare con un apostolo del pensiero della ‘terza Italia’ fascista.

Grande narratore, negli anni tra il 1900 e il 1920 Oriani fu messo alla stregua di Hugo, Dostoevskij e Barbusse.

Ma era soprattutto, col suo amore per la patri, un grande idealista e presentavasi ostile a chi potesse ostacolarne la grandezza e la rinascita.

La ricostruzione storica di Oriani culmina nella proclamazione del Regno d’Italia, ostentando una solarità ed equidistanza di giudizio sconosciute a qualsiasi altro storico risorgimentale.

Per alcuni, l’opera orianea è piena di lacune ed omissioni (ma la lacunosità è persino in storici come Erodoto e Tucidide), i suoi giudizi a volte giudicati lapidari e angusti, la prosa troppo retorica: tuttavia era il medesimo lo stile di molti scrittori del suo tempo.

Giovanni Spadolini lo definì ‘il massimo interprete del Risorgimento’, allorché, a suo giudizio, con impareggiabile maestria seppe ripercorrere nella Lotta Politica le fasi della ricostruzione nazionale, senza propendere né per la casa Savoia né per i domini stranieri, anche evitando un provincialismo campanilistico.

Tendeva al pessimismo Oriani, fedele ai valori antichi e virili dell’onore e della patria, della fierezza della stirpe e della famiglia; credeva inoltre al lavoro, nei campi come nelle officine, alla convivenza civile e al rispetto per la natura; allorché è su queste fondamenta che sorsero e prosperarono le più grandi civiltà della storia, soprattutto la romano-italica.

Valori al suo tempo corrotti dall’utilitarismo mercantilistico della classe borghese, come dall’eversione socialista.

Lo scrittore, polemico nella storia d’Italia, rivolge la sua opera contro gli imprenditori e i nemici del popolo, i politicanti illusionisti, i socialisti, i preti e gli affamatori: Giolitti è «il più distruttore, spiritualmente, che l’Italia abbia mai avuto». Così lo spirito della nazione è condannato a morte dall’emergere delle élites finaziarie e industriali, come dagli ideali marxisti che maturano nel popolo.

I socialisti si illudono di combattere il dominio borghese, ma non sanno di essere anche loro figli di una democrazia materialista, bigotta, inetta ed estranea alle vere esigenze popolari, poiché è solo preoccupata per il denaro. «Hobbes ha ragione» e la società è una guerra di tutti contro tutti.

«Guai ai deboli e ai piccoli» sentenzierà Oriani in Memorie inutili.

I pochi e i deboli, gli onesti e i sinceri, i veri Italiani lavoratori e che soffrono finiranno inevitabilmente schiacciati dalla maggioranza, a causa dell’estenzione del suffragio universale che è un’idea borghese, come dell’insurrezione nelle fabbriche, idea socialista. Col nuovo suffragio la ribellione classista e lo sfruttamento capitalista prenderanno il sopravvento su una sparuta minoranza, la cui salvezza sarà solo ponendosi al seguito di un’aristocrazia spirituale, perseguitrice dell’interesse della patria anziché del proprio tornaconto, comandata da un capo, una guida carismatica che ben presto arriverà.

Dopo lo smantellamento e la distruzione del mondo borghese e progressista (pars distruens), con tono profetico Oriani individua la pars costruens, rivolta degli ideali contro il materialismo, il primato della volontà contro il mercantilismo.

Solo Sorel e D’Annunzio espressero un linguaggio ‘oracolare’ all’altezza di Oriani. Egli visse in un’epoca in cui ogni ideologia era specchio del conformismo borghese.

Visione estatica quella del pensiero orianeo, che lascia trasparire il potente legame spirituale colla tradizione romano-italica.

In Rivolta ideale il pensiero orianeo raggiunge poi la massima espressione, rimirando una aristocrazia del pensiero destinata ad annullare ogni abberrazione del tardo-ottocento liberale; sarà portatrice di uno spirito superiore, verrà comandata da una sola volontà e guiderà i più deboli, che nell’obbedienza rinuncieranno alla libertà ma avranno una maggiore protezione e una sicurezza interiori, si gioveranno quindi di un valido aiuto di fronte alla dura lotta della vita.

L’élite che si porrà alla loro guida garantirà dal mondo esterno la custodia e la difesa delle tradizioni nazionali; per tale ragione le prime aristocrazie della storia furono religiose e guerriere. Emblematico il caso degli antichi Umbri, che in difesa della comunità concepivano lo straniero come nemico.

Nell’aristocrazia formavasi, per istinto di stirpe e per necessità storica, una nuova classe dirigente responsabile della vita di tutti e depositaria dei costumi.

L’aristocrazia più autentica ha sempre provveduto per essa e per gli altri, rappresentante della patria e dei costumi religiosi, organizzatrice dei clan, delle famiglie e del lavoro.

Oggi sono invece le chiacchiere parlamentari a determinare le decisioni (Oriani senz’altro sapeva delle lobby che condizionavano le scelte politiche).

Vero aristocratico non è il libertino, l’ozioso, costui non esercita nessuna guida dall’alto: oggi manca una vera élite in grado di prendere il popolo per mano, e i nomi più blasonati (in particolare quell’insieme di persone che ‘aristocratiche’ vengono chiamate) non fanno che riempire le cronache mondane e sportive; è ricchezza senza personalità, forma senza contenuto.

Una vera aristocrazia spirituale ha coscienza di sé, in modo che il carattere ne esca fortificato e possa esprimersi un’attitudine al comando. L’aristocrazia dei tempi che furono rappresentava il corpo scelto di una nazione, quella di oggi è invece il nulla: senza una guida il popolo naviga nel buio, si crede libero ma non sa comandare nemmeno a se stesso; più ricco che in passato ma immiserito, è in attesa di una rivelazione.

A una tale situazione ha portato necessariamente la società industriale, contraddistinta da un interesse orientato esclusivamente alla ricchezza: la logica del guadagno domina ormai ogni attività sociale, dall’imprenditoria ai bottegai, mentre la religione è portatrce di privilegi materiali e la filosofia è espressione del positivismo, e infine l’arte, lontana dalla ‘bellezza’ greca, appare sempre più goffa e stravagante.

Il materialismo che incoraggia l’ignoranza, la volgarità, il provincialismo è ormai parte integrante della comunità. Nel corso dell’Ottocento l’Italia, valendosi di pochi uomini e mezzi, ha saputo ottenere l’unità territoriale, tuttavia, a detta di Oriani, senza una concezione e una partecipazione attiva del popolo.

Per completare questa rivoluzione imperfetta e monca, nel Novecento si dovrà dare vita a una grande nazione, cui tutti parteciparanno cooperanti e volenterosi.

Nello stato liberale e democratico non è però distinzione tra stirpe, popolo e nazione, non è esso espressione dell’individualità di un popolo colle sue prerogative rappresentate dal diritto, dalla religione, dalla morale, dalla vita culturale e sociale; uno scenario che mai offrirà la possibilità di una grande Italia.

Prima ancora di arrivare, in virtù delle sue leggi, al più alto grado di consapevolezza, lo stato trovasi già insito nello spirito della stirpe (è il motivo dello stato in fieri trattato nella Dottrina del Fascismo, 1932), e ogni prerogativa di stirpe varia da etnia ad etnia, le differenze danno fisionomia allo spirito di una nazione. Lo scarto tra i diversi spiriti nazionali si riconosce nella potenza dell’ideale e nella sua originale espressione.

In nome di una falsa libertà, la mentalità positivistica ha invece inorgoglito l’amorfo uomo del nostro tempo, facendolo credere portatore di una potenza illimitata, in un mondo dove nessuna restrizione deve essere esercitata sulla sua azione individuale; tutto può essere concesso, e a tutti.

Non è tuttavia la libertà a rappresentare il vero dilemma, bensì è l’autorità: il rispetto delle norme, la difesa dell’interesse collettivo in luogo di assecondare i potentati economici.

La demagogia populista democratica colle spinte eversive del marxismo ha contaminato il pensiero occidentale europeo: l’uomo di oggi aborra la tradizione delle nazioni del vecchio continente, vedendo nel passato nient’altro che lo schiavismo, l’oppressione della donna, la tirannide, mentre l’autorità e la gerarchia sono considerati aspetti di un potere arbitrario e ingiusto.

Anche l’imperialismo è ostaggio ideologico della ‘rivoluzione borghese’ culminata nel Settecento: l’interesse mercantilistico spinge i coloni alla sola conquista e allo sfruttamento delle terre d’Asia e d’Africa, che ormai rientrano nell’orbita dei mercati occidentali. Non si indica coll’esempio il lavoro ai popoli indigeni, bensì li si rende schiavi.

Poco o nulla l’imperialismo odierno ha ereditato di quel sogno imperiale antico e di nobili origini, il quale, in una grande compagine universale, doveva trovare realizzazione nell’unità e nella pacificazione di tutto il genere umano. Questo il sogno comune di Alessandro e di Roma.

Oriani spiega in tale contesto il compito degli autentici Italiani: conquista spirituale e materiale col l’emigrazione, i trattati, il commercio, l’industria, la scienza, la religione, l’arte e la guerra, trionfo nella competizione internazionale dalla quale è impossibile ritirarsi; ci si deve impossessare dell’avvenire e della storia, non farsi incantare dal femminismo, che vuole la donna tale e quale all’uomo, un assurdo biologico, né dal socialismo marxista che vuole il proletariato uguale alla borghesia, assurdo economico.

Occorre immediatamente dare corso a un nuovo popolo, giovane e ardente, pronto per il futuro radioso. Essere forti per giungere alla grandezza, poiché sta per arrivare l’ora della rivolta ideale.

«Non falsare la lotta umana con inutili espedienti di legge», scriveva Oriani nella parte conclusiva del sesto capitolo dell’opera, «lasciare libero l’individuo per imporgli tutte le responsabilità: non pretendere di sostituire la religione colla scienza, la concorrenza colla cooperazione, la famiglia col libero amore, la patria col cosmopolitismo, la gloria colla celebrità: volere nell’uomo tutto l’uomo, colle angosce della sua fede, coll’eroismo della sua carità, col calcolo della sua ragione, col suo istinto e col suo genio, che fanno di tutte le generazioni un uomo solo: proclamare che la verità è soltanto nell’ideale ma dentro un mistero, nel quale il dolore mette una voce e il pensiero un lampo: amare nella speranza del bene, quando la gioventù sorride; amare nella pietà del male, quando la vecchiezza non sa nemmeno più piangere: salire a tutte le bellezze, credere a tutte le virtù, consentire tutti i sacrifici offrendosi intero alla vita e accettando la morte come un premio: ecco la rivolta ideale».

Guida della rivolta sarà la nuova aritocrazia italiana dello spirito, soppiantatrice della vecchia oligarchia gueriera e sacerdotale.

«L’aristocrazia è immortale. La superiorità, che prepara il carattere aristocratico, comincia nella natura degli individui: è una eccellenza, che li rende diversi dalla folla e da essa facilmente riconoscibili: quindi per segreta affinità elettiva s’adunano, la loro medesima uguaglianza li gradua, le differenze di attitudini suggeriscono le gerarchie, l’unità dell’opera li fonde e la sua durata conso lida il loro ordine.».

Oriani ottenne anche da Gramsci, dai Quaderni del carcere, il suo giudizio positivo:

«Occorre studiare Oriani come il rappresentante più onesto e appassionato per la grandezza nazionale popolare italiana, fra gli intellettuali italiani della vecchia generazione».

Parole che destarono l’ira di Alberto Asor Rosa, intellettuale comunista il quale, nella Storia d’Italia pubblicata da Einaudi, denotò incredulità per quel giudizio di Gramsci fondatore del PCI, tanto generoso verso un profeta del pensiero politico e sociale del fascismo, che per molti, ispecie i comunisti, rappresenta il ‘male assoluto’.

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