A Porzus, in Friuli, 7 febbraio 1945 e seguenti, si ‘liquidarono’ i...

A Porzus, in Friuli, 7 febbraio 1945 e seguenti, si ‘liquidarono’ i ribelli

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Di Marco Riggi

Mercoledì 7 febbraio 1945, ore 14.30.

Alle malghe o stalle di Porzus, due casolari a nord del comune di Attimis, provincia di Udine, dove aveva sede il comando Gruppo brigate est della divisione Osoppo, i ‘fazzoletti verdi’ ossia i partigiani moderati (azionisti, cattolici e liberali) si videro arrivare un centinaio di ‘fazzoletti rossi’, i gappisti della brigata Garibaldi-Natisone.

Siamo nel pieno della guerra civile o di ‘liberazione’, che una voce enciclopedica potrebbe definire parte della Seconda guerra mondiale; una guerra civile che circa dall’autunno 1943 straziava l’Italia, dopo che l’8 settembre aveva determinato un ciclo di rottura dell’unità nazionale.

Cento ‘fazzoletti rossi’, si fa per dire, dal momento che quei partigiani di orientamento comunista si presentarono a Porzus fingendosi scampati ad uno scontro coi nazifascisti e, per onorare la copertura, solo pochissimi avevano le stoffe rosse addosso. Gran parte di quei cento presi dai GAP (Gruppi di azione patriottica), pare non sapessero cosa si andava a compiere, molti nemmeno conoscevano dove si stava andando.

Li comandava Mario Toffanin, detto il ‘Giacca’, già un criminale per reati ordinari, era un valente membro gappista con soddisfazione del IX Korpus sloveno, unità dell’Esercito di liberazione della Jugoslavia.

Il 7 febbraio a Porzus, ‘Giacca’ ancora una volta poté esprimere la sua indole assassina; con una trappola i garibaldini uccisero ‘Bolla’, ossia Francesco De Gregori comandante della Osoppo (lo zio del cantautore), il commissario politico Gastone Valente ossia ‘Enea’, una giovane donna sospettata di spionaggio coi germanici, Elda Turchetti, ‘Livia’, e infine Giovanni Comin che si trovava lì perché voleva diventare uno della Osoppo.

Dalle prime esecuzioni si salvò Aldo Bricco, creduto morto dagli inseguitori che lo avevano colpito con raffiche, quindi scappò.

Ma vennero prelevati sedici o venti partigiani ancora vivi, quindi li portarono nel Bosco Romagno, sopra Ronchi di Spessa, dove li assassinarono tutti dopo un processo sommario, tranne due che vollero passare dall’altra parte. Seguirono le sbrigative sepolture, siamo tra il 10 e il 18 febbraio 1945. Tra gli assassinati, ‘Hermes’, ossia Guido Pasolini fratello di Pier Paolo.

Per ‘Giacca’, già la presenza di ‘Livia’ viva sarebbe stata una prova del tradimento della Osoppo, che il 1 febbraio l’aveva assolta per mancanza di prove relativamente all’accusa di spionaggio, nonostante Radio Londra l’aveva segnalata per collaborazionismo coi germanici; ma ‘Giacca’ stranamente, invece di uccidere la donna come era uso per le spie sospette, ai partigiani verdi l’aveva consegnata per il processo.

La relazione scritta che ‘Giacca’ e i due luogotenenti della strage, Paino e Iuri, indirizzarono al IX Korpus sloveno e alla federazione comunista di Udine, la mandante dell’operazione (relazione che non arrivò al CLN – Comitato Liberazione Nazionale – cui partecipavano i diversi partiti anti-fascisti attivi nella Resistenza: un comitato con potere più formale che sostanziale), non allegava alcuna prova concreta di tradimento.

Non si ha ancora certezza sui veri mandanti dell’eccidio e sul suo movente; di quanto accadde a Porzus si cercò di nascondere tutto, anzi un mese dopo circolavano voci che volevano ‘Bolla’ ed ‘Enea’ ancora prigionieri dei garibaldini o degli sloveni. L’imparzialità ideologica ancora osteggia la verità ai giorni nostri.

Percorrendo gli avvenimenti rilevanti, l’8 settembre 1944 Vincenzo Bianchi, membro del Partito comunista italiano presso il IX Korpus, ricevette una lettera da Kardelj, braccio destro di Tito, che lo invitava a liquidare i partigiani friulani che non volevano passare sotto il Korpus.

Infatti la Osoppo era sempre stata riluttante ad annettersi alle formazioni comuniste di Tito; difatti il 5 ottobre 1944, dinanzi ai capi delle brigate garibaldine, ‘Bolla’ rifiutò di inquadrarsi con gli slavi; peraltro il partigiano ‘Lino’, ossia Monsignor Aldo Moretti che fu tra i fondatori della Osoppo, aveva di recente affermato (1996) che i partigiani comunisti (Togliatti consenziente),  per una grande Slovenia intendevano consegnare a Tito  i comuni italiani di Attimis e Faedis e le valli che salgono lungo il confine sloveno; il loro assorbimento nel IX Korpus rientrava in tale disegno, che non piaceva affatto ai partigiani  moderati.

I comunisti erano disponibili alle richieste slovene di una frontiera arretrata al fiume Tagliamento.

La Osoppo era anche accusata di tradimento per la sua condotta nel contesto della Resistenza, giudicata eccessivamente prudente in quanto si evitava di rischiare vite umane in caso di notevole inferiorità numerica; al contrario i gappisti agivano in piccoli gruppi con azioni tempestive.

Ad indispettire maggiormente la brigata Garibaldi-Natisone, dal 7 novembre ufficialmente aggregata al IX Korpus per richiesta di Togliatti (si noti, nemmeno questa sollecitazione provenne dal CLN), furono le voci sui contatti dei partigiani verdi con la Decima Mas e coi germanici,  ma  nessun accordo venne mai raggiunto per il rifiuto degli osovani  alle proposte; qualcuno sospettò la mano inglese dietro alla richiesta di Junio Valerio Borghese comandante della Decima (fronte anti-tedesco e anti-comunista per l’italianità delle terre orientali), dal momento che gli alleati avevano tutto l’interesse a dividere i verdi dai rossi.

C’è dell’altro. ‘Giacca’ aveva di recente sostenuto (1996) che la formazione del Reggimento alpini Tagliamento, della Repubblica sociale italiana, fu aggregata alla Osoppo con l’obiettivo di combattere i comunisti jugoslavi, il tutto con la mediazione dell’Arcivescovo Nogara di Udine.

La Osoppo avrebbe quindi voluto criminalizzare i garibaldini anche accogliendo i fascisti, coi quali avrebbe operato in presidi misti, e inoltre, per consuetudine, si sarebbe approvvigionata delle forniture britanniche senza rispettare il 30% che spettava ai rossi.

È del 28 gennaio 1945 l’ordine della federazione comunista di Udine di liquidare il problema della presenza osovana a Porzus, con la specifica della provenienza dal comando supremo. Il compito venne affidato a ‘Giacca’, il quale, evidentemente, fu imposto dagli sloveni ritenuti i veri mandanti della strage; ‘Giacca’ poi era un loro uomo, aveva vissuto in Slovenia e lo guardavano con fiducia considerandolo adatto a compiere uccisioni senza scrupoli.

Ha dichiarato Alberto Buvoli, direttore dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, in un’intervista del 3 luglio 1997al ‘Corriere della Sera’:

«L’ordine di intervenire a Porzus venne dagli Sloveni. La responsabilità della federazione comunista di Udine è semmai di aver affidato il compito a Giacca, noto squilibrato, con una fedina penale già sporca. Quando Lizzero, commissario politico delle Brigate Garibaldi venne a sapere della strage, chiese che Giacca e i suoi venissero fucilati. Ma Giacca era protetto dagli Sloveni».

È evidente che gli osovani si opponevano a un disegno rivoluzionario internazionalista appoggiato da Togliatti, che oltre alla cessione di terre italiane prevedeva anche il comunismo in Italia, come già in Jugoslavia e in Russia; Tito aveva scelto la via stalinista dopo che i sovietici, a settembre ’44, si erano congiunti alle sue truppe, di qui il peggioramento dei rapporti tra i partigiani verdi e rossi; la Osoppo un pericolo almeno politico, da eliminare.

Presentato dal PCI di Udine come colpevole, insieme ai suoi due luogotenenti, di aver frainteso l’ordine di ‘liquidare’, ‘Giacca’ riparò   in Jugoslavia dove rimase fino alla fine; non scontò mai la pena dell’ergastolo che, dopo alterne vicende giudiziarie, la magistratura ordinaria inflisse ai tre ‘triumviri’ nel 1954.

Scontarono comunque il carcere altri imputati che non erano espatriati, tra essi Ostelio Modesti, segretario federale comunista di Udine; le pene all’ergastolo furono tuttavia estinte ai sensi di amnistie ed indulti il 15 maggio 1973.

Tuttavia a ‘Giacca’ la Procura di Trieste inflisse una pena di trent’anni, cumulo di pene definitive per reati precedenti a Porzus. Sandro Pertini però, appena Presidente della Repubblica nel luglio ‘78, gli concesse la grazia per motivi non ancora rivelati; un’inchiesta pubblicata da ‘L’Espresso’ nel 1997 incontrò una sorta di omertà delle figure istituzionali protagoniste della vicenda.

‘Giacca’ comunque, nonostante la grazia, rimase in Slovenia.

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