Aspetti e controversie della scuola Marxista di Francoforte

Aspetti e controversie della scuola Marxista di Francoforte

di Cristiano Ruzzi

Eccomi qua. Seduto, sulla mia scrivania, cercando di ripassare per un esame che più di una volta ho rimandato nel corso dell’anno scorso, ossia Filosofia Politica, per essere precisi il ripasso del libro “Dopo il Leviatano” del professor Giacomo Marramao. Sto guardando il capitolo quarto, dedicato alla crisi marxista e alla questione della scuola di Francoforte. Non ho intenzione di esporre, in questa breve analisi, né il contenuto dettagliato dei vari pensatori, o il linguaggio con cui essi vengono descritti (cosa che farebbe rizzare i capelli a chi è inesperto di filosofia sia a chi, come me o molti colleghi, ha dovuto prepararsi per tale esame).

Dopo aver introdotto il capitolo con due paragrafi, dedicati al problema della crisi affrontato dal liberalismo e dal marxismo, e di come quest’ultimo non sia stato capace di affrontare, in maniera dinamica, il concetto di crisi rimanendo passivo sulle proprie “concezioni” tradizionali; ciò è confermato introducendo Claus Offe nei suoi lavori, del 1974 e 1972, dedicati alla adozione delle interpretazioni tipicamente di sinistra da parte delle forze neoconservatrici e di quella terza via(?) a cavallo tra liberalismo e marxismo, il capitolo continua con i paragrafi seguenti, dedicati ai pensatori economisti e non che animarono la scuola Marxista di Francoforte a cavallo tra le due guerre.

Da Weber a Neumann, a Fraenkel a Kichheimer (solo per citarne alcuni) si cerca di esporre le tesi marxiste che animarono vivacemente la scuola in quegli anni, per poi passare a Weimar e, infine all’analisi di quello che poi è diventato il Terzo Reich. Il problema non è tanto la descrizione, ma le dottrine in sé e le figure che vengono presentate, mano a mano, dall’autore: essi appaiono come delle persone fuori dalla realtà, astratte, che sembrano passare le loro giornate elaborando teorie su teorie non comprendendo ciò che stava accadendo in quegli anni turbolenti all’interno della Repubblica di Weimar.

Ha senso, pertanto, parlare di “nucleo duro” della proprietà, di leggi di natura sociali, di teorie del valore quando ormai, con l’avvento della Repubblica di Weimar, era fallita quella rivoluzione “Spartachista” di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e tutte le forze in campo, compresi i partiti per natura di sinistra, l’SPD ed il KPD, avevano accettato il gioco democratico delle elezioni?

E poi c’è la questione riguardante, appunto, la Repubblica di Weimar. Il problema di fondo non è tanto il suo apparato divenuto nel corso degli anni “il più razionalizzato del mondo” o, parole di Franz Neumann:

“Durante il periodo del capitalismo monopolistico, che in Germania ha avuto inizio con la Repubblica di Weimar, la teoria e la pratica giuridica hanno subito cambiamenti decisivi. Per facilitare la comprensione di questi cambiamenti può essere utile considerare la struttura politica della democrazia di Weimar più che descriverne gli sviluppi economici […]”

Caro Neumann, la questione non è tanto l’aspetto politico od economico: Weimar è stata, dal punto di vista sociale, un fallimento sotto ogni punto di vista: le riparazioni di guerra, stabilite da Versailles, che gravavano sul bilancio dello Stato, l’inflazione, la disoccupazione (che tocco vette altissime durante la crisi di Wall Street del 1929), i suicidi, la degenerazione morale (tossicodipendenza e abuso di alcol in primis). Tutte cose che, oggigiorno, viviamo sulla nostra pelle e, come il cittadino tedesco medio di allora, ci rende avviliti, passivi, tristi e arrabbiati allo stesso tempo, abbassando il nostro morale a tal punto che sembra di non riuscire a trovare la fatidica luce oltre il tunnel. È su tali condizioni entra in campo l’ascesa del Partito Nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi guidato da Adolf Hitler che non è un’espressione del “pluralismo” politico o di quello corporativista: il legame che lega il popolo, il Volk, con il movimento nazionalsocialista è il patto, strettamente Hobbesiano, tra la tutela e la salvaguardia della propria persona in cambio di fedeltà e lealtà al sovrano (Fuhrer). Sovranità, pace e protezione in cambio del sostegno al nuovo Stato nascente.

Il problema, arrivati a questo punto, è cercare di capire il perché di tutta questa passività, non capendo qual era la vera posta in gioco in quel periodo: quel che non hanno capito i marxisti dopo Marx e che, sebbene quest’ultimo era riuscito a creare le sue teorie, oltre che dallo studio, anche dall’esperienza concreta vissuta durante l’800, i postmarxisti si sono invece affossati solo sulla teoria, perdendo di fatto il contatto con la realtà: e la cosa triste, di tutto questo, e che molti di loro sono rimasti ancorati alle loro teorie, anche dopo che i nazionalsocialisti presero il potere o, chi ne è uscito dalla scuola di Francoforte, riuscì ad annusare l’aria nuova che tirava, emigrando altrove, come nel caso dello stesso Neumann, arrestato dal nuovo governo nel 1933, scappato ed emigrato in Gran Bretagna nel 1936 e, infine, reclutato dall’OSS durante il periodo di guerra dal 1942 al 1945.

 

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