Il silenzio sulle trivellazioni, ecco perché.

Il silenzio sulle trivellazioni, ecco perché.

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Di Luca Zomparelli

Ebbene sì! È giunto il nostro momento, quello della ius vocatio “populi”, per esprimerci, il 17 aprile 2016, sul referendum abrogativo contro la legge che normativizza le trivellazioni al largo delle nostre coste italiane a discapito forse di molti cittadini, incuranti e non sapienti degli effetti che ne possano derivare. Anche stavolta: strilli e titoloni su carta stampata? altre tv a cercare di capirci meglio? Aule parlamentari in seduta permanente per far luce? Inquirenti, forse dell’ordine e autorità di controllo a sirene spiegate? Sempre lo stesso, tombale silenzio. Un’omertà di stato che più compatta non si può, come se una colata di cemento avesse cucito bocche, occhi e orecchie. Questo si attanaglia intorno a questo referendum, perché a soli pochi mesi di distanza dall’esprimere il nostro consenso tutto tace. Nessuna informazione dispiegata, se non quelle voci minute date alle associazione di categoria che hanno lottato e voluto fortemente questa chiamata del popolo. Il rischio è alto, per questo è importante che non si imponga la libertà di autodeterminazione di ogni singolo, ma il dovere morale e giuridico è quello di aprire un campo di visione per orientare, i chiamati al referendum, al rischio che si corre: insomma ampio spazio di coscienza, ma ben pensanti e consapevoli che un eventuale risultato negativo potrà aprire un strada senza via d’uscita. Ciò che conta è soppesare i rischi, quelli sì, a danno delle popolazioni locali.

Un’attenta analisi è quella di Vincenzo Portoghese, geologo e membro del coordinamento no triv, poiché non getta nel calderone inutili allarmismi, volti a screditare le ragioni stesse della battaglia che vede coinvolti attivisti, cittadini e, sullo sfondo, una politica quanto mai pronta a celarsi dietro una bandiera, ma il suo è uno sguardo attento che scava nelle ragioni del no.  “La tipologia di idrocarburi presenti nel sottosuolo nostrano- spiega- non appartiene alla categoria dei cosiddetti ‘petroli facili’. Il prodotto, per la verità molto ricco di zolfo, è come incapsulato all’interno dei pori rocciosi. Estrarlo implica innanzitutto costi più elevati di pre- raffinazione; poi, data la sua peculiarità, la roccia dovrebbe essere frantumata. Quando chiesi agli addetti ai lavori se, dunque, utilizzassero la tecnica piuttosto impattante del fracking o fatturazione idraulica, quelli quasi mi risposero allibiti: ‘ma no, è tassativamente vietato. Noi usiamo delle semplici esplosioni con fucili a cariche cave perforanti’. Come a dire: il nome lo cambiamo, così tecnicamente non sembra la stessa cosa. Oltre al danno, la beffa”. La tecnica utilizzata per la perforazione già definita impattante a causa della rottura della roccia con soluzioni ad alto contenuto acquoso e chimico, il cui rilascio nelle falde acquifere e nel sottosuolo è scontato. In pratica si scende in verticale per un piccolo tratto e poi, per mezzo di ramificazioni, partono tutta un’altra serie di perforazioni direzionate. Con le perforazioni petrolifere si rilasciano radionuclidi associati al decadimento di atomi di radio, torio, uranio e piombo. Una volta sprigionati questi contaminano tutta la batteria della macchina perforatrice, si incrostano nei fanghi di circolazione usati per stimolare i pozzi e vengono a contatto con falde e suoli. In Italia c’è, in materia, un vuoto normativo. Se n’è accorta l’Arpa Molise, con dati successivamente riconfermati dall’Ispra, sottolineando- denuncia- livelli di radioattività di 8 – 9 volte superiori rispetto ai valori di fondo di quell’area. In Basilicata, lo stesso. In prima battuta si è cercato di ricondurre tutto ai rifiuti industriali speciali, senza far menzione al petrolio. Poi, data la peculiarità degli elementi rilasciati, si è dovuta ammettere la verità. E i rischi per la popolazione sono evidenti”. Portoghese va avanti nella denuncia: “dalla totale assenza di centri di stoccaggio per lo smaltimento dei reflui, come del resto conferma l’impreparazione della Campania tutta rispetto all’emergenza rifiuti, all’utilizzo indiscriminato dell’acqua perché per produrre un barile di petrolio ne occorro 6/7 di acqua. Oltre che la contaminazione, se ne favorisce la dispersione. Senza contare che di alcune tipologie di contaminanti rinvenuti non si conosce la esatta composizione chimica. Il che, in termini semplici, equivale e a dire che non se ne possono prevedere gli effetti“.

Quale dunque, il prezzo da pagare? Perché, comunque vada, il prezzo c’è. E dov’è, soprattutto, l’impatto zero? A destare preoccupazione non è solo l’esplosione improvvisa e accidentale di un pozzo. Ma ciò che avviene 365 giorni l’anno dal momento stresso in cui l’attività di prospezione prende avvio. A perdere possono essere le vasche a monte; a causare rischi anche l’idrogeno solforato che si disperde nell’aria all’accensione della fiammella che contraddistingue i pozzi petroliferi. Pertanto dopo questa attenta analisi qui riportata, è ben possibile cogliere che sono validi i presupposti per votare, il 17 Aprile 2016, SI’ contro le trivellazioni, per non farci affondare nella nostra madre terra.

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