La morte delle lotte sociali

La morte delle lotte sociali

di Johannes Balzano

C’era una volta il ‘900, il primo ‘900, che tra Belle Époque e industrializzazione, correva veloce verso la modernità, trascinando con se anche le masse che per la prima volta prendevano coscienza grazie alle esperienze ottocentesche e alla fondazione dei primi partiti di massa. La prima metà del secolo, quella che realmente conta, passò alla storia come il mezzo secolo della violenza, del sangue e della distruzione di massa, anche a ragione, ma trascurando quei fenomeni, quei personaggi e quegli avvenimenti che misero l’individuo realmente al centro della società, ma non come, nella teoria liberale, singolo fattore o agente di mercato, ma come  parte di un popolo, in simbiosi con lo stato che scaturisce da questo e ponendosi alla sommità dei rapporti sociali, organizzava la società in base alle esigenze lavorative, economiche, culturali e tecniche della popolazione.

Una concezione di stato che portava all’emancipazione delle masse tanto rincorsa negli anni del secondo ottocento e mai raggiunta. Fu la fine dell’800 e l’inizio  del ‘900, con la modernità sopra citata, con la nascita di uomini predestinati, sprezzanti del pericolo e  dotati di un disperato amore per la propria patria, a realizzare quello che i teorici del marxismo e del socialismo non riuscirono mai a mettere in pratica nei decenni precedenti. A realizzare, o ad aver tentato di realizzare, il riscatto delle masse dall’oppressione dello strapotere borghese, dai vecchi vincoli nobiliari decaduti sulla carta ma non nella società, furono nuovi teorici, soldati politici, rivoluzionari forsennati e amanti della patria più che della stessa vita. Ebbero formazioni marxiste, tutti provenienti dal mondo socialista, che rifiutarono perché ormai corrotto, contorto, subdolo e infido. Migliaia di operari e contadini venivano quotidianamente presi in giro dalle élite dei partiti di massa in nome di Marx, Engels e chi sa chi. Ma il parlamentarismo borghese, la democrazia dei mediocri, aveva fatto di questi capipopolo delle pecore invigliacchite. Furono gli eventi storici a spazzarli via: la guerra mondiale, le rivendicazioni salariali, l’immensa crescita delle città e una crescente consapevolezza del proprio ruolo nella società a far prevalere nuovi uomini. La fine della democrazia fu segnata dall’ascesa di uomini provenienti dai ceti bassi della società o ripudianti della loro collocazione borghese dovuta dalla nascita.  Etichettati come nazionalisti, comunisti, fascisti, sovversivi, reazionari, o dimenticati totalmente, il libro della storia, scritto da chi governa le sorti del mondo, ce li ha presentati come nemici dell’umanità o li ha depennati totalmente.

In centinaia e migliaia per tutto il Vecchio Continente, i nuovi rivoluzionari, così difficili da inquadrare dalla democrazia parlamentare, ottennero quei successi, quelle conquiste sociali, che noi oggi non solo ci sogniamo, ma che vediamo decadere, corrose dallo strapotere tecno-finanziario che gestisce il nostro e i nostri stati. Decadenza davanti a cui noi non reagiamo, mentre il nostro io viene circondato da quei diritti dell’individuo, basati sulla soddisfazione del proprio ego, sconnettendo il singolo dal popolo, il popolo dallo stato, lo stato dal potere.

Il diritto all’alfabetizzazione, il diritto alla pensione, alle otto ore lavorative, alla tredicesima, alle ferie, alla maternità, il diritto alla casa. La concezione della nazione come unità politica, morale ed economica, con lo Stato garante, a tutela del lavoratore, delle imprese, cancellando la dialettica servo-padrone. Sono parole lontane anni luce, in molti non sanno neanche chi le ha teorizzate (Giovanni Gentile), ma soprattutto non sanno che non esiste più  nulla di tutto questo. La nazione è scollata dallo stato, non esiste unità politica, tantomeno quella morale. L’economia è proprietà di qualche multinazionale che si serve dei propri tirapiedi parlamentari. Aumentano le importazioni dai paesi del terzo mondo, chiudono le imprese, i lavoratori perdono il lavoro, il prodotto consumato è di scarsa qualità. La finanza e l’economia monetaria è stata appaltata alle banche private che poi se la sono rivenduta tra di loro. Il sistema bancario truffa giornalmente migliaia di italiani incanalando risparmi in investimenti fasulli, creando buchi economici pagati dai contribuenti grazie al servilismo parlamentare. I mutui sono diventato uno strozzinaggio legalizzato e lo “stato sociale italiano” permetterà alle banche di pignorare la casa dopo sette rate non versate. Le case popolari vengono assegnate ad immigrati o gestite da clan mafiosi che sostituendosi allo stato decidono le assegnazioni, ottenendo così riconoscimento e controllo nelle zone in cui queste case vengono date. Gli esodati sono soltanto il primo granello di sabbia di un sistema pensionistico ormai arrivato agli sgoccioli, cannibalizzato dalle pensioni d’oro, inefficiente a causa del parassitismo  della burocrazia ed incapace a coprire le future pensioni dei quarantenni, trentenni e ventenni d’oggi.

I paladini dei diritti umani barattano e cancellano quelli sociali, esaltano la capacità dell’uomo di autodeterminare il proprio sesso, di comprare gli uteri delle donne emancipare, di cambiare nazione a proprio piacere. Dall’altra parte si alzano le barricate dei conservatori, lanciatori di slogan e professori di etica e moralità, ma che hanno venduto l’italiano deregolarizzando il mercato del lavoro, ceduto i risparmi dei cittadini con la privatizzazione della Banca d’Italia, coperto le grandi imprese nelle loro malefatte e permesso l’ingresso di migliaia di irregolari per garantire forza lavoro a basso prezzo, a prezzo disumano.

Sono un ricordo lontano quei condottieri del ‘900, che senza televisioni parlavano al cuore delle masse, indicavano loro le battaglie da intraprendere. Oggi quel poco che abbiamo lo dobbiamo a loro, mentre quello che non avremo più a chi oggi governa, a chi si litiga il posto del candidato sindaco di centrodestra a Roma, a chi per una manciata di voti ha aperto la strada al malaffare delle cooperative, dei clan mafiosi e delle multinazionali che pagano stipendi globalizzati, ma soprattutto a noi, incapaci di reagire, incatenati nelle metapolitica e lontani da chi ogni giorno affronta la fatica di portare a riva se stesso e la propria famiglia in questo mare di ingiustizie.

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