Acqua, una sola parola: privatizzare

Acqua, una sola parola: privatizzare

di Mattia De Persio

Sono passati 5 anni da quando, nel giugno 2011, ventisei milioni di italiani votarono contro la privatizzazione del sistema idrico, stabilendo così che l’acqua doveva essere pubblica. Malgrado ciò, la nostra penisola presenta situazioni differenti, da nord a sud. Ci sono regioni che vantano di essere all’avanguardia, come Emilia Romagna e Toscana, che ignorando l’esito del referendum hanno intrapreso un percorso di ri-privatizzazione delle risorse idriche escludendo la gestione pubblica, o casi di città come Palermo e Roma che non hanno mantenuto le promesse affondando definitivamente il disegno di legge sull’acqua pubblica. Il risultato? Una famiglia di almeno 4 componenti e a monoreddito pagherebbe una bolletta dell’acqua più salata rispetto a una famiglia tedesca che può usufruire di reti idriche direttamente in mano ai comuni.          Possiamo quindi constatare che dal giugno 2011 poco è cambiato: soltanto 7 capoluoghi di provincia hanno approvato la mozione che prevede di affidare la gestione del servizio idrico a enti pubblici e non più privati.

Ma il vero voltafaccia al risultato referendario del 2011 sembra essere proprio arrivato dallo stesso Partito Democratico che 5 anni fa si era espresso a favore dell’acqua pubblica. Il 15 marzo, la commissione ambiente della Camera ha approvato due emendamenti presentati dalla maggioranza che ribalterebbero il contenuto dell’art. 6 presente nel disegno di legge.

L’art. 6  prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico. Gli emendamenti firmati dai deputati del Pd, Enrico Borghi e Piergiorgio Carrescia, chiederebbero la soppressione dell’articolo e l’approvazione di nuove norme sui servizi idrici previste dall’entrata in vigore del decreto Sblocca Italia. Sembrerebbe quindi che in Italia l’acqua non è un bene comune, bensì una fonte di cospicuo guadagno per i privati.

Il prossimo 17 aprile saremo nuovamente chiamati a pronunciarci sul referendum abrogativo che abolirà o meno la legge che normalizza nuove trivellazioni nei mari italiani, tuttavia c’è da chiedersi se, malgrado le più banali apparenze, quale strada intraprenderà la nostra democrazia referendaria, assumendo piuttosto i lineamenti di un semplice sondaggio d’opinione o l’espressione della volontà popolare. Lo scrittore illuminista Rousseau, in uno dei suoi importanti saggi, Il Contratto sociale, pubblicato nel 1762, ci fornì la prima importante formulazione di democrazia rappresentativa: “ll popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla. Nei brevi momenti della sua libertà, l’uso che ne fa giustifica davvero che esso la perda.” Insomma, Rousseau trent’anni prima della Rivoluzione francese aveva già evidenziato i limiti della sovranità popolare. A confermare ciò che sosteneva Rousseau la storia referendaria del nostro paese è stata ricca di casi che testimoniano di come tale prassi è stata deturpata a compiacimento dalla nostra classe politica.

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