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Di Luca Zomparelli

A distanza di poco tempo, la nuova figura di reato dell’omicidio stradale, è entrata nel circuito del codice penale italiano, e stiamo qui a domandarci se, tale, può colmare l’aspetto sanzionatorio “lacunoso” della previgente normativa. Un’onda popolare senza precedenti, tanto che sembrava che l’unica volontà degli elettori, fosse l’introduzione di una figura di reato contro i c.d. pirati della strada. Ed ora giace silenzio… sotto tutte le sue forme. Un silenzio, per mia espressa visione, inquietante perché nulla è cambiato. I morti continuano a dilagare sulle nostre strade… vite spezzate continuano a spegnere animi dentro le famiglie…

Ci siamo mai chiesti che cosa ci aspettiamo dalla madre della giustizia?

Per madre ovviamente intendiamo il codice penale e per figlia il reato da cui essa discende e nel caso di specie parliamo di omicidio stradale. Cosa mai potrà ripagare quella vita spezzata magari o forse una pena più severa?

Quanti interrogativi, e quante poche domande e certezze. Ed è proprio da qui che trascende un fallimento dello stato, che non è capace di educare e di punire, succinto dall’interesse popolare reagisce di istinto e non con la dovuta consapevolezza di un saggio che è chiamato a gestire i suoi governanti. Non è che con una sanzione più rigorosa, ottengo il beneficio desiderato, perché l’obiettivo di uno stato deve essere quello di saper educare i conducenti e di rieducarli quando errano. Il delitto nuovo rimane sempre di carattere colposo, come nella precedente disciplina, sono solo state inasprite le pene. Può solo un nuovo nome acquietare i nostri animi? La sostanza delle cose non è come ci vengono poste. Il perché è semplice, non viene dato un potere maggiore agli organi di polizia giudiziaria di poter procedere alla raccolta tempestiva della prova non potendo procedere con il prelievo ematico del presunto reo, prova regina del delitto in esame. Senza una prova certa, viene meno la sanzione perché nessuno può essere punito per un fatto di cui non si ha la certezza, però rimangono in piedi gli interrogativi sopra posti. L’accertamento della violazione è il punto di rottura della nuova disciplina. I fautori della modifica legislativa, dal canto loro, non esitano a sostenere che il livello emergenziale delle condizioni di circolazione stradale (migliaia di morti, famiglie distrutte, sanzioni percepite come inconsistenti, patenti restituite con apparente facilità anche ai responsabili dei peggiori sinistri) esigeva, comunque, risposte forti, anche a costo di sacrificare la “purezza concettuale” del sistema. E chiamano in ballo l’antico, ma sempre valido, nesso tra minaccia della pena e condotta umana: visto che la consapevolezza della gravità di certi comportamenti al volante si è diluita al punto da far apparire come “eventi routinari” gli incidenti, serve un deterrente straordinario, radicalmente diverso da quello che c’era prima, per modificare atteggiamenti e livelli di attenzione.

Il nostro però è un sistema garantista, dove la sanzione è vista come rieducazione, mentre per la società è vista come repressione del soggetto agente. Vi è una disparità di vedute dovuto dal fatto che i nostri governi precedenti sono stati incapaci di tessere nella società lo sviluppo di una coscienza sociale, di un educazione sociale tale da compromettere le generazioni future e le scelte di un legislatore alquanto miope di doverose vedute sociali. L’omicidio stradale rappresenta un altro fallimento tutto italiano, dove vengono inasprite le pene senza curarsi di andare al fondo delle cose. L’obiettivo marcato da tale disposizione di norma è solo quella di incutere timore nel condurre un veicolo dove basta solo la violazione di una norma contravvenzionale del codice della strada e scatta la facoltatività dell’arresto in caso di omicidio o lesioni personali. Però rimane sempre un delitto colposo, dove la pena massima prevista, anche in caso di strage non può superare gli anni 18, che poi mai saranno tali. Sono sufficienti per ripagare la vita spezzata? La soluzione non era da ritrovare nella pena, ma a priori, nell’educare chi si ci accinge alla guida o per chi vi è già immerso, incentivare colui che guida a dei premi di onorabilità per la condotta assunta nella vita stradale, coltivando il principio preventivo e non solo repressivo. Non può mai essere un numero a colmare e rasserenare un animo angosciato, ma solo i valori con cui uno stato cerca di rimediare agli errori dei suoi figli. L’aspetto positivo di tale nuova figura delittuoso sono le sanzioni accessorie, ovvero quelle della revoca della patente in caso di palese violazione e superamento dei limiti previsti dal codice della strada, con impossibilità al rinnovo da 5 a 20 anni. Dobbiamo abituarci alla visione del noi e non dell’io, indipendentemente da ciò che è giusto o ingiusto, ma vedere oltre… dove lo stato deve fare da mediatore tra gli interessi lesi e farsi da garante di “ripagare” quella vita spezzata ingiustamente.

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L’Associazione Fare Verde, nucleo Anzio-Nettuno comunica, con una nota trasmessa dal suo Responsabile locale Dott. Luca Zomparelli, che è stato protocollato presso il Consiglio Regionale del Lazio, all’ attenzione della conferenza di servizi, che si era riunita in prima battuta il 17 Marzo c.a., ad ARPA Lazio ed al Comune di Anzio, un documento contenente la rilevazione, anche in termini giuridici specificatamente inerenti il diritto ambientale, di criteri generali e particolari per le certificazioni obbligatorie necessarie ai fini della costruzione di impianti c.d. biogas e bio-masse. L’associazione ritiene che vi sia un fondato motivo per sostenere che tutte le certificazioni possano essere minate da una quasi sicura e fisiologica revoca, poiché non più conformi agli standard ed alle qualità richieste legate all’esigenza regolamentata dal legislatore: poiché non vi sono più un numero crescente di agricoltori, si è disposto di sostituirli con tali impianti; proprio perché si parla di sostituzione si deve valutare, nel caso di specie, che la sostituzione, così operando, non venga sofferta da coloro che da quei campi traggono, quotidianamente, sostentamento per se e per la filiera agroalimentare nazionale e del territorio. Inoltre, per alimentare una centrale a colture dedicate, come quella in oggetto viene delineata, serve coltivare circa 300 ettari di terreno (per esempio a mais). Poiché i vegetali necessari per la fermentazione non sono destinati all’alimentazione umana e poiché quello che conta è la resa, i terreni coltivati vengono irrorati con dosi massicce di fertilizzanti e di pesticidi, che finiscono per inquinare il terreno stesso e le falde acquifere sottostanti e impoverire drammaticamente la fertilità dei terreni portandoli all’erosione. La stessa combustione del “biogas” è fonte di emissioni tossiche. Il biogas è più inquinante del metano perché contiene metano soltanto al 55-60%. Il documento, di diverse pagine, racchiude altre indicazioni che rendono la Biogas un impianto non consono alle nostre esigenze territoriali e vi sono elencati vari motivi di natura giuridica, economica, ambientale. Un ringraziamento al capogruppo regionale Fdi-An per essersi reso disponibile a supportare l’associazione nell’inoltro del documento all’attenzione della Conferenza servizi. Fare Verde, nucleo Anzio-Nettuno, convocherà a breve una conferenza stampa per presentare il documento con invito ai comitati operativi sul tema a partecipare.

di Gabriele Leone

Lunedì 9 maggio due quinte dell’istituto Alberghiero Marco Gavio Apicio si sono recate in visita alla caserma “Santa Barbara” dove vi è attualmente dislocato il Comando Trasmissioni e Informazioni dell’Esercito. Situata sul litorale anziate nelle vicinanze dei resti della magnifica villa Imperiale.

Il percorso suddiviso in due parti, ha riguardato gli eventi del primo conflitto mondiale svoltosi per l’Italia da 1915 al 1918 con una vittoria non priva di sacrificio e abnegazione. Centralizzando il ruolo di Guglielmo Marconi in questo conflitto. Guglielmo Marconi, famoso a tutti per le sue invenzioni rivoluzionarie è stato per l’esercito italiano il rinnovatore dei sistemi di comunicazione, basti pensare che la pratica più diffusa per mandare dei messaggi dal fronte alle retrovie era il semplice impiego di un piccione viaggiatore che spesso significava affidare la propria vita e quella di altri uomini ad un istinto presente nell’animale stesso: saper trovare la strada di casa.

Gli studi del giovane ventenne porteranno al sogno di comunicare un giorno senza l’utilizzo di cavi correnti ma semplicemente inviando un impulso che viaggiando lungo le onde radio, veniva ricevuto da un altro apparecchio.

Nel 1909 gli fu riconosciuto il Nobel per la fisica a tali studi ben più che provati. Non contento, dedicò alle ricerche molto della sua vita. Nel 1911 forte della sua posizione rese i suoi servigi nelle terre oltre mare italiane più esattamente sulla “Quarta sponda”. Era presente in Italia a Coltano un emittente da lui precedentemente costruita per il progetto che andava a compiersi, una seconda istallazione fu costruita a Tripoli collegando così L’Italia all’Africa e successivamente tutte le terre appartenenti all’ A.O.I. (Africa Orientale Italiana).

Marconi come un in effetto domino portò l’Italia sulla bocca di tutti i maggiori investitori europei e americani, i quali si contendevano una collaborazione con lo scienziato. In Italia ricoprì cariche di prima eccellenza ricoprendo anche la carica di senatore a vita.

Negli anni ruggenti del Fascismo dove il continuo dinamismo delle avanguardie enfatizzava ogni scoperta scientifica, la figura di Marconi prese sempre più spessore fino a diventare un vero simbolo di Italianità in patria e all’estero.

Episodio controverso e il conflitto con Nikola Tesla, infatti nel 1943 il Brevetto della Radio fu assegnato a Tesla mentre già nel 1911 erano state accertate le teorie di Marconi. Tale situazione si presume sia dovuta ad una diatriba economica tra Esercito Americano e la società di Guglielmo Marconi, fornitrice di apparecchiature elettroniche.

La seconda parte della visita riguardò i tempi moderni e l’eredità che ci ha lasciato il nostro scienziato.

Gli alunni sono stati accompagnati nel piazzale centrale della caserma, adibita a Campo di Marte e, diversi Ufficiali si sono passati la staffetta a seconda delle tappe da compiere, molto essenziale il ruolo di contato fra studenti e forza armata la quale si è prestata in maniera eccezionale chiarendo ai ragazzi i compiti di questa caserma e delle brigate di comunicazione, ruolo che oggi possiamo definire con “Cyber War” e tutto ciò che riguarda la sicurezza nazionale nelle comunicazioni. Ai ragazzi e stata offerta la possibilità di indossare equipaggiamento e toccare con mano armi e attrezzature, questo contatto fortemente voluto ed estremamente utile è servito a responsabilizzare i ragazzi su temi affrontati con troppa leggerezza, abbattendo così numerosi stereotipi, avvicinando e incoraggiando i ragazzi ad affacciarsi su un mondo sconosciuto e spesso criticato malamente. Da sottolineare il ruolo chiave dell’Esercito nelle calamità naturali da sempre in prima linea con i cittadini, con la tecnologia incalzante e l’eredità di uomini di stampo. Oggi il nostro paese vanta uno tra i migliori Eserciti al mondo e dal gran cuore, soprattutto per l’assistenza che fornisce l’Esercito insieme alla Marina e all’Aviazione alle popolazioni colpite da guerre e cataclismi.

Le conclusioni dopo una mattinata di full immersion si sono fatte all’interno della sala ricevimenti davanti ad un abbondante merenda a prova di studente, distribuiti volantini e informazioni riguardanti gli arruolamenti e le accademie presenti in Italia.

Il tempo di fare una foto ricordo sotto il tricolore e si riparte scortati cordialmente dai nostri soldati fino a destinazione.

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di Cristiano Ruzzi

La minaccia Hitleriana

Nel gennaio del 1933 il partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi prendeva il potere, dopo aver ottenuto la maggioranza nella precedente tornata elettorale del 1932 del 36,8 per cento. Hitler venne nominato cancelliere, e con egli finivano le sanzioni che ancora rivendicavano Francia ed Inghilterra verso la Repubblica di Weimar. Era anche l’inizio della formazione di un nuovo Stato, che si sarebbe chiamato Terzo Reich, come seguito del Sacro Romano Impero di Carlo Magno e di quello di Federico II di Svevia. Tutto ciò preoccupava Churchill, che lo definiva “la peggiore delle dittature” proclamando, dal suo banco di Westminster, il pericolo del riarmo della Germania:

“Dobbiamo svelare il mistero che avvolge la questione degli armamenti nella Germania hitleriana. Dobbiamo farlo per garantire la nostra sicurezza. È soprattutto l’aviazione militare tedesca in continuo sviluppo che ci preoccupa. È meglio spaventarci ora che essere uccisi poi”.

Così come la politica espansionistica tedesca in ambito pangermanista: eppure la Gran Bretagna aveva dato il peggio di sé nel corso dei secoli precedenti, durante lo sviluppo del suo impero marittimo, commerciale e coloniale. Egli stesso aveva partecipato a quelle spedizioni militari volte a conquistare nuovi territori o a calmare le zone “agitate” dell’Impero, definite da Rudyard Kipling “la missione civilizzatrice dell’uomo bianco”.

I suoi appelli rimasero inascoltati: durante il rimpasto governativo del novembre del 1933, e poi nel 1937, Churchill non ottenne alcun incarico governativo, rimanendo escluso dai “giri di valzer” che i governi occidentali facevano per cercare di mantenere quell’equilibrio di pace nonostante l’ascesa della Germania Hitleriana.

Tutto cambiò il 1 settembre del 1939: rifiutate le richieste tedesche di ottenere una fascia di territorio per collegare Danzica con il resto della Germania, alle 4,45 di quel mattino la Wermacht varcò la frontiera polacca, invadendo il Paese: era l’inizio della seconda guerra mondiale. Nonostante qualche settimana dopo, a causa del patto Molotov – Ribbentrop, l’Unione Sovietica invase la Polonia da est, Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra a quella che sembrava la minaccia più pericolosa, la Germania. Era la posta in gioco più alta per Churchill; già andando alla Camera dei Comuni segnò quella che sarebbe stata la sua lotta ad oltranza, fino alla sconfitta del nemico:

“Noi non combattiamo per Danzica o per la Polonia. La posta in gioco è il mondo intero che dobbiamo salvare dalla tirannia nazista”. In quegli stessi giorni Chamberlain, il premier, gli offrì il portafoglio dell’Ammiragliato, carica che aveva ricoperto nelle prime fasi della Grande Guerra. I primi anni di guerra furono fatti di sconfitte e ritirate per la Gran Bretagna: dopo la campagna di Polonia, Germania e Francia cominciarono quella che venne definita “La strana guerra”, dove non si sparò un colpo per mesi. Tuttavia, la Germania continuò la sua espansione militare invadendo i paesi confinanti (Danimarca, Norvegia), e infliggendo continui colpi alle navi britanniche tramite i propri sottomarini, gli Uboat. La situazione, ogni giorno che passava, diventava sempre più tesa per il premier Chamberlain, che culminò in un vero e proprio processo parlamentare per ribadire le sconfitte subite finora. Messo alle strette, Neville ebbe l’onere di suggerire al re il nome di Churchill come proprio successore, dando le proprie dimissioni.

Era il 10 maggio del 1940: Churchill aveva sessantacinque anni, e formava un ministero da lui denominato “grande coalizione”. Ne facevano parte, oltre che i conservatori, anche i liberali ed i laburisti. Esordì, come premier in parlamento, in uno dei suoi discorsi diventati più famosi:

“Inglesi, non ho da offrirvi che sangue, sudore, fatica e lacrime. […] Quali i nostri scopi?, mi domandate. Vi rispondo con una sola parola: Vittoria! Vittoria a ogni costo, lunga e dura che sia la strada per conseguirla”.

Quella che doveva essere l’apice, il punto più alto della sua carriera, in realtà avrà degli effetti disastrosi: da quella guerra l’Inghilterra ne uscirà pesantemente danneggiata, sia a causa dei debiti economici protratti verso gli Stati Uniti, sia in ambito territoriale, con la disgregazione dell’Impero Britannico, come sarà poi ribadito dallo stesso Churchill nel novembre del 1942:

“Non sono diventato Primo Ministro del Re per presiedere alla liquidazione dell’Impero britannico”.

Così come confermato dalla lettera che Göring, l’ex capo dell’aviazione tedesca (la Luftwaffe) mandò a Churchill il dieci ottobre del 1946, quando era già rinchiuso a Norimberga, in attesa di processo:

“Herr Churchill! Avrete ora la soddisfazione di sopravvivere a me e ai miei camerati sfortunati. Io non esito a congratularmi per voi oltre questo personale trionfo, e la delicatezza con il quale l’avete compiuto. […] Mi rammarico oggi, come mio errore più grave e del governo Nazional – Socialista, solamente l’errore fatale per il quale Io e la nostra politica cedemmo nel nostro giudizio sul vostro potere di discernimento come Statista. Mi rammarico di avervi attribuito il discernimento, della necessità del mondo politico, di una soddisfatta e prosperosa Germania per l’esistenza anche dell’Impero Britannico. Mi rammarico che la nostra forza e i nostri mezzi non furono sufficienti per farvi torcere, anche nell’ultim’ora, la maggior conoscenza che la liquidazione della Germania sarà l’inizio della liquidazione del potere Britannico sul mondo. Abbiamo preso i nostri posti e li abbiamo accettati secondo la sua legge. In accordo alla nuova legge, per la quale questa Europa è già troppo vecchia: secondo voi, alla vecchia legge, per la quale questa Europa non è più abbastanza importante al mondo”.

La nomina a premier avvenne in un momento abbastanza delicato per l’Inghilterra. La Germania quello stesso giorno aveva invaso di sorpresa il Belgio ed il Lussemburgo, violandone la neutralità. I panzer tedeschi aggiravano in questo modo la linea Maginot ed invadevano in pochi settimane la Francia, arrivando fino alle coste di Calais: era la Blitzkrieg, la guerra lampo. Egli stesso dovette ordinare, per evitare che le navi francesi cadessero in mani nemiche, di affondarne la flotta ancorata ad Orano, provocando la morte di migliaia di marinai. Il mese successivo, quando oramai si era agli sgoccioli della campagna di Francia, Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia dichiarava l’uscita dell’Italia dalla neutralità e la sua entrata in guerra a fianco “dell’alleato Germanico”.

Dopo la caduta della Francia, Churchill esclamò che “siamo rimasti soli a combattere, e continueremo a combattere per salvare l’umanità dalla maledizione di Hitler”: tuttavia nel mezzo del tunnel il Regno Unito fu aiutato da alcuni errori tattici dei tedeschi, come la ritirata di Dunkerque dove, complice anche “l’alt” di Hitler ai panzer che oramai avevano mano libera per tutta la Francia, l’intero corpo di spedizione britannico e anche di quella che restava dell’armata francese riuscì a reimbarcarsi sulle navi rifugiandosi sulle coste inglesi.

La battaglia d’Inghilterra, che si sarebbe svolta da lì a breve, dal luglio del 1940 fino alla fine dell’anno, ebbe fortune alterne, sia da parte inglese che tedesca: da una parte, quest’ultimi sottovalutarono l’uso del RADAR, mezzo di intercettazione navale ed aereo, che venne usato a scopo difensivo, dall’altra la Royal Air Force venne di parecchio sottostimata, sia la produzione di aerei, che era di circa 480 nei mesi cruciali di quell’estate, sia la superiorità degli Spitfire e degli Hurricane, i principali caccia che possedeva in quel momento l’Inghilterra. Il bombardamento, avvenuto per sbaglio, di una zona di Londra ad opera di un bombardiere H111 tedesco diede anche il pretesto per operare un bombardamento di ritorsione contro Berlino: questo non sarà che il primo “bombardamento terroristico” che colpirà, man a mano che la guerra si protrarrà, contro le popolazioni civili delle città tedesche (tra il settembre del 1944 e la fine del conflitto gli inglesi, assieme agli americani, sganceranno sulla Germania più di 750.000 tonnellate di bombe, provocando tra le 600 – 700.000 vittime tra i civili). Quando, come contromossa tedesca, si comincerà a bombardare Londra, Churchill parlerà alla Camera in uno dei suoi discorsi più esaltati dei precedenti: “Queste bombe lanciate crudelmente a casaccio su Londra fanno parte del piano d’invasione ideato da Hitler che spera, con lo sterminio di gran numero di cittadini, donne e fanciulli compresi, di terrorizzare la popolazione di questa potente e imperiale città […] Ma egli non conosce lo spirito britannico … Ha appiccato un incendio che divamperò con fiamma ardente fino alla consumazione dell’ultimo vestigio della tirannia nazista […]”.

Quando, alla fine della battaglia, Hitler dovrà rinunciare ai suoi piani di conquista, l’Inghilterra tirerà un sospiro di sollievo, accompagnate dalle notizie di guerra sul fronte africano: gli italiani, dopo le prime avanzate in Etiopia ed in Libia, erano stati costretti a ritirarsi, portando gli inglesi al contrattacco: per impedire che la Libia cadesse in mano nemiche dovette intervenire Rommel con i suoi Afrika Korps. Sempre nell’ottobre del 1940 l’Italia avviò le operazioni d’attacco verso la Grecia, ma anche lì l’iniziativa militare si risolse con un a disfatta, con parte dell’esercito greco che invase l’Albania: per risolvere la situazione Hitler dovette invadere la Grecia e la Jugoslavia, facendo tramontare il mito della guerra “parallela” tanto agognata da Mussolini. Sempre di più in Churchill aumentavano i sentimenti d’odio nei confronti di Mussolini e degli italiani, sebbene avesse ammirato il Bel Paese negli anni della sua giovinezza: “è il momento di colpire gli italiani sempre più e senza tregua dovunque, per cielo, per mare, per terra”. Inoltre si avviarono delle iniziative per cominciare a supportare la resistenza francese e a creare un governo della “Francia Libera” attraverso la figura di De Gaulle, un uomo che avrebbe sempre avuto un rapporto di amore – odio con il Premier Inglese.

Si aprì, nell’anno successivo, un diverso scenario: il 22 giugno 1941 cominciò “l’Operazione Barbarossa”, il piano d’attacco di Hitler contro l’Unione Sovietica, con obiettivo Mosca e Leningrado. Poco importava l’anticomunismo manifestato da Churchill negli anni precedenti, il nemico da abbattere era quello nazista, tant’è vero che annunciava:

“Se si dovesse arrivare allo scontro, noi saremo al fianco dei russi come compagni d’armi poiché il nemico da battere è Hitler. […] Se Hitler invadesse l’Inferno farei una dichiarazione in favore del diavolo”.

In aiuto dell’URSS gli inglesi cominciarono a mandare successivamente, assieme gli americani, una serie di aiuti militari a favore dei russi: carri armati, aerei da caccia e bombardamento, perfino l’equipaggiamento militare di base. Sempre in quel periodo, nell’agosto del ’41, sull’Augusta e sulla Prince of Wales incominciarono le prime trattative di Churchill con il presidente americano Roosevelt, sancendo la rottura isolazionista dell’America verso la guerra, già avviata con l’introduzione della legge “Lend – Lease”, per rifornire i paesi alleati di rifornimenti e materiale bellico, e creando la cosiddetta “Carta atlantica” che avrebbe dovuto sancire l’assetto politico del mondo dopo la “definitiva distruzione della tirannide nazista”.

di Johannes Balzano

Al quarto anno di odissea, sembra esserci una svolta nel caso dei marò, i due fucilieri di marina trattenuti in India, per la presunta uccisione di due pescatori lungo le coste del Kerala. Dal 15 febbraio 2012 una lunga sequenza di ribaltoni giudiziari, a partire dalla contesa per la giurisdizione del caso, ha influenzato in maniera significativa le relazioni diplomatiche tra Italia e India, chiamando in causa anche organismi sovranazionali e mediatori vari. Nel trambusto diplomatico, giuridico e, ahimè, anche politico, con la continua strumentalizzazione della vita dei due militari, sia per raccogliere consenso, sia per farsene beffe, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno passato giorni d’inferno, a dir poco difficili. Il primo è stato colpito  il 31 Agosto del 2014 da un’ischemia celebrale, dovendo tornare in Italia per le cure necessarie, mentre il secondo soltanto due giorni fa, ha ottenuto il permesso di tornare in Italia in attesa della fine dell’arbitrato.

Il caso Marò è stato sul nostro territorio più volte affrontato dall’Associazione Libertà e Azione, che già nel 2012 ha iniziato a fare chiarezza sul caso. Auspicando sempre la risoluzione in senso positivo della questione giudiziaria in favore dei due soldati italiani, sono state organizzate conferenze e incontri facendo focus sul diritto internazionale, sulle relazioni diplomatiche e sui ruoli degli organismi di giurisdizione internazionale. Il tutto culminò con la grande conferenza del Marzo 2014, quando in una sala gremita, intervenne anche la minoranza indiana Sikh di Lavinio, promotori del rientro in Italia dei due marò. Con l’aiuto del Prof. Augusto Sinagra, professore universitario in pensione, ex docente della Sapienza ed esperto di diritto internazionale, sono state fatte riflessioni dal carattere tecnico, giuridico e politico sulla questione. Inoltre con l’aiuto di molti militari è stato ricostruito l’accaduto. Il tutto si è concluso con la pubblicazione di un documento scientifico, da poco riaperto per ampliare la ricerca in vista della conclusione della vicenda giudiziaria.

Aspettando quindi la sentenza sul caso dei due fucilieri, ripercorriamo le tappe ben riassunte da il quotidiano.net

– Il 30 maggio 2012  viene concessa a Latorre e Girone la libertà su cauzione. Vengono accolti all’ambasciata italiana.

 

– Il 14 dicembre i due marò chiedono di potersi recare in Italia per le festività natalizie. Pochi giorni dopo, il 20 dicembre, arriva la concessione da parte della Corte del Kerala di un permesso speciale.

 

– 18 gennaio 2013: la Corte Suprema indiana stabilisce che il governo del Kerala non ha giurisdizione sul caso e lo affida a un tribunale speciale da costituire a New Delhi.

 

– 21 marzo 2013: il governo italiano annuncia che i due marò rientreranno in India al termine di una licenza in Italia concessa per permettergli di votare, dopo le fortissime pressioni di New Delhi seguite a un precedente annuncio che non sarebbero tornati. In cambio New Delhi concede un’assicurazione scritta sul trattamento dei due detenuti, sulla tutela dei diritti e sull’esclusione della pena di morte. In Italia si scatenano comunque le polemiche sul passo indietro del governo, che porteranno alle dimissioni del ministro degli Esteri Giulio Terzi.

 

– 25 marzo 2013: a New Delhi viene costituito il tribunale “ad hoc” per giudicare i due militari. Latorre lancia un accorato appello ai politici italiani: “Unite le forze e risolvete questa tragedia”.

 

– 28 marzo 2014: la Corte Suprema indiana accoglie il ricorso presentato dai due fucilieri italiano contro il coinvolgimento nel caso della Nia, la polizia antiterrorismo, dopo che è stato escluso il ricorso alla legge antipirateria. I giudici sospendono il processo a carico dei marò presso il tribunale speciale.

 

La strategia dell’Italia è quella di internazionalizzare il caso e chiede un arbitrato sulla giurisdizione, invocando anche l’immunità funzionale di cui godevano i due militari.

 

– 31 agosto 2014: Massimiliano Latorre viene colpito da una leggera ischemia cerebrale. Viene ricoverato  a New Delhi e ottiene un permesso di 4 mesi per essere curato in Italia, dove viene operato per un’anomalia cardiaca. Dal governo indiano arriveranno poi una serie di proroghe. L’ultima scadrà nel settembre 2016.

 

– 15 gennaio 2015: il Parlamento europeo approva una risoluzione nella quale si chiede in particolare il rimpatrio dei due fucilieri e l’auspicio che il giudizio per risolvere il contenzioso sia affidato alla giurisdizione italiana o tramite arbitrato internazionale. Il governo indiano la definisce inopportuna.

 

– 26 giugno 2015: i negoziati con l’India non si sbloccano e l’Italia attiva l’arbitrato internazionale. Roma chiede misure che consentano la permanenza di Latorre in Italia e il rientro in patria di Girone durante l’iter della procedura arbitrale.

 

– 24 agosto 2015: il Tribunale internazionale del Mare ordina a Italia e India di sospendere qualsiasi procedura e astenersi dall’avviarne altre, respingendo la richiesta italiana di misure temporanee. La decisione passa al Tribunale arbitrale dell’Aja a cui appartiene la sentenza nel merito.

 

– 12 dicembre 2015: l’Italia deposita al Tribunale arbitrale la richiesta di misure provvisorie, tra cui l’autorizzazione per Girone a tornare in patria e restarvi per tutta la durata della procedura all’Aja.

 

– 2 maggio 2016: il Tribunale arbitrale dispone che il sergente Girone faccia rientro in Italia fino alla conclusione del procedimento arbitrale.

 

 

di Redazione

Tanti partecipanti, molto entusiasmo e un enorme successo per la cena di solidarietà organizzata da Libertà e Azione, per il reparto di pediatria e neonatologia dell’ospedale di Anzio e Nettuno. Alla pizzeria ristorante, “Il cantiere”, settanta persone si sono fermate a cena e in più moltissimi, impossibilitati per impegni vari a fermarsi per la cena, sono passati lasciando un contributo per la causa. La raccolta fondi, che si concluderà la settimana prossima, in quanti ancora molti telefonano per lasciare il proprio contributo, verrà riutilizzata per acquistare il materiale sanitario del reparto sopra citato.

“Libertà e Azione –spiega Johannes Balzano Responsabile dell’Associazione-  dopo aver partecipato ad un progetto per la ristrutturazione di una scuola in Kosovo, in favore delle minoranze serbe, ha deciso da un anno di supportare con grande decisione l’ospedale di Anzio. Il motivo è semplice: i tagli da parte del ministero della salute e della Regione ai poli ospedalieri della provincia di Roma sono immensi. Strutture sotto organico, materiali indispensabili mancanti e un’utenza grandissima, rendono difficile la vita dei nostri medici, infermieri e operatori vari. Il compito che ci siamo prefissati è quello di sostituire la mancanza della Pubblica Amministrazione facendo da tramite tra l’ospedale e chi vuole partecipare a questa “gara” di beneficienza. Il risultato raggiunto alla cena di Dicembre, con l’acquisto di due macchinari, è solo il primo passo per collaborare con i dipendenti e migliorare la vita del reparto. Abbiamo deciso di concentrarci su Pediatria e Neonatologia  in quanto è proprio sui più piccoli che dobbiamo puntare, sia a livello simbolico perché saranno loro il futuro della nostra nazione e del nostro territorio, sia a livello concreto, cercando di mettere a disposizione delle giovani mamme e dei giovani papà, cure efficienti per i propri piccoli.”

“Vogliamo premiare – ha concluso Mattia De Persio, anche lui Responsabile dell’associazione- premiando con una targa il Dott. Persiani per il suo impegno extra lavorativo come primario del Reparto in questione. Il dottore ha mostrato un grande interesse per i propri pazienti, tenendoli a cuore h24 e spiegandoci con pazienza, quali sono le problematiche che ogni giorno vengono affrontate. Premiamo anche Andrea Galati, proprietario de “Il Cantiere”, che per il terzo anno di fila, ha collaborato attivamente alla beneficienza mettendo a disposizione il suo ristorante. Senza di lui molti obiettivi non sarebbero stati raggiunti”.

Infine Libertà e Azione ha lanciato l’associazione solidaristica “Volontariamente”. Dietro questa sigla si riuniranno tutte le forze della società civile, impegnate nel mondo della beneficienza. Questa sigla nasce per far confluire negli sforzi di Libertà e Azione più realtà, metterle tutte sullo stesso piano e ampliare così il raggio della beneficienza, per arrivare ad obiettivi maggiori e ancora più grandi. Nelle prossime settimane sarà convocata una conferenza stampa, con tutti i partecipanti al nuovo progetto.

L’associazione ringrazia tutti coloro che hanno partecipato, come tutti coloro che non venendo alla cena hanno contribuito alla solidarietà, anche da territori più distanti, come i ragazzi della Comunità militante Aprilia.

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di Cristiano Ruzzi

“Le città tedesche saranno oggetto di un simile calvario che non è mai stato subito da un Paese in severità, continuità o grandezza. Per raggiungere questo scopo, non ci sono lunghezze della violenza alla quale non andremo”.

Corrispondente di guerra, scrittore, politico, anti – nazista convinto, leader della Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale, famoso per i suoi discorsi di guerra con le dita della mano ad indicare la “V” di vittoria, amante dei sigari e del Brandy. Ma anche un razzista e colonialista convinto, co – autore del disastro dei Dardanelli durante la prima guerra mondiale, distruttore dell’Impero Britannico e, soprattutto, creatore dei bombardamenti a tappeto contro la popolazione civile tedesca (culminanti con la distruzione di Dresda). Con queste parole si potrebbe benissimo descrivere la personalità e la vita di Winston Churchill, uno dei leader politici più conosciuti dal punto di vista storico.

La sua nascita, avvenuta il 30 novembre 1874, fu di per sé un evento spericolato: sua madre, Lady Randolph Churchill, era nata a Brooklyn 20 anni prima, e aveva conosciuto il padre di Winston, Randolph, ad una festa danzante. Persona di carattere libertino, tant’è vero che nel corso della sua vita ebbe diversi amanti, risposandosi dopo la morte di Randolph più di una volta, aveva anche una vita movimentata, tant’è vero che quando Winston nacque circolarono varie leggende su come il piccolo fosse nato: chi dice che Lady Churchill ebbe le avvisaglie del parto mentre ballava una gran festa a palazzo, e chi che il parto fu provocato da una caduta a cavallo durante una battuta di caccia nel parco di Blenheim Palace a Woodstock.

Winston trascorse la sua giovinezza in maniera abbastanza rigida: visse quasi sempre in collegio, attirando le attenzioni (non ricambiate) dei suoi genitori (tant’è vero che il padre, che un giorno dovette tenere un comizio a pochi passi dalla sua scuola, a Brighton, non si recò per salutarlo). Dopo Brighton venne mandato ad Harrow, dove cominciò a leggere i suoi primi libri, tra cui “L’isola del tesoro” ed i classici come Shakespeare e Virgilio. Passati quattro anni venne spedito a Sandhurst, per avviarsi alla carriera militare. Nel 1895 avvennero due eventi importanti nella sua vita: da una parte suo padre morì in quell’anno, in quanto affetto da sifilide e, dall’altro, decise di partire per Cuba come corrispondente di guerra per il “Daily Grapich”, scrivendo articoli che avrebbe intitolato Lettere dal fronte. L’isola del centro – America fu un trampolino di lancio sia come ufficiale militare che come corrispondente di guerra: subito dopo aver svolto il suo servizio venne mandato in India e, successivamente, in Egitto come inviato per il “Morning Post”. Da quest’ultima esperienza Churchill scrisse un libro, The River War, nella quale raccontava la sua esperienza nella campagna militare in Sudan ma, allo stesso tempo, esprimeva il suo disgusto per la violenza che i soldati inglesi perpetravano ai danni dei soldati nemici e della popolazione, non risparmiando neanche il capo della spedizione, il generale Kitchener. L’opera ebbe un notevole successo, e Winston decise allora di lasciare l’esercito per darsi alla politica. Tuttavia, la sua prima esperienza politica fu una delusione, dovuta anche agli scarsi finanziamenti di cui poté disporre nel corso di quella campagna elettorale. L’occasione, per allontanare quel risultato negativo, fu dovuto al conflitto sudafricano tra gli inglesi e i discendenti dei coloni olandesi, i boeri, capitanati da Paulus Krüger, presidente boero del Transvaal. Ancora bagagli e partenze da effettuare per Churchill il quale, avendosi ormai fatto un nome come corrispondente giornalistico, prese sul serio quel suo lavoro come corrispondente nel Sudafrica. Erano passati circa 15 giorni dal suo arrivo, e un boero a cavallo lo costrinse ad arrendersi puntandogli addosso il fucile. A nulla valse l’esibizione del suo cartellino da giornalista: venne rinchiuso nella State Model School di Pretoria, scuola adibita per l’occasione a campo di concentramento. Poiché la risposta per tentare il suo rilascio tardava ad arrivare decise di tentare la risorsa dell’evasione: Churchill fuggì di notte dal carcere di Pretoria attraverso le fragili pareti di lamiera di un cesso. Fu così che da allora le sue iniziali, WC, furono attribuite a quelle del “Water Closet” e, per riparare il danno successivo della sua immagine, cominciò ad aggiungere alla sua firma una “S” intermedia, che stava per Spencer: Winston Spencer Churchill.

Dopo la fuga dal campo di prigionia, Winston riuscì a sfuggire alla caccia all’uomo indetta dalle autorità boere grazie ad un suo connazionale, un certo John Hard, che lo nascose per qualche giorno all’interno di una miniera abbandonata, per poi aiutarlo a proseguire la fuga travestendolo da prete. Alla fine Churchill riuscì ad oltrepassare il confine, imbarcandosi per Durban, dove venne accolto come un eroe, e sospinto a pronunciare un discorso davanti ad una folla plaudente che si era riunita davanti al municipio. Tornato in patria, il giovane eroe chiese di essere reintegrato nell’esercito, assumendo il comando di un reparto nel South African Light Horse, e di continuare a scrivere come corrispondente per il Morning Post: ottenne entrambi gli incarichi. Tornato di nuovo in patria (non prima di aver ottenuto nuove glorie ed onorificenze per il suo servizio svolto in Sudafrica), Churchill decise di riprovarci nuovamente con la politica e, stavolta, riuscì a farsi eleggere come deputato, per le fila dei conservatori nel collegio del Lancashire. I suoi primi discorsi e dibattiti gli facevano apparire più l’aria da liberale che da conservatore: predicava il rafforzamento militare dell’esercito e della marina, la difesa del libero scambio e della libera concorrenza, ma anche la difesa delle classi meno agiate (tant’è vero che uno dei punti del suo programma politico, con cui aveva vinto la campagna elettorale, era la riduzione ad otto ore della giornata lavorativa). Ben presto passò dalle file dei conservatori a quelle dei liberali, e nel 1906 riuscì ad entrare nel governo dei Liberali come sottosegretario delle Colonie: l’incarico gli concedeva ampia libertà, poiché ne era il rappresentante alla Camera Bassa, dove Lord Elgin non poteva parlare, e cominciò a svolgere il suo lavoro efficacemente. Nel nuovo governo facente a capo ad Asquith, Churchill ottenne una “promozione” diventando ministro al Board of Trade. Nel frattempo ebbe fortune alterne anche in amore poiché riuscì a conquistare il cuore di Clementine Hozier, incontrata qualche anno prima, nel 1904, ad uno dei grandi balli di Lady Crewe. Ben presto tra i due nacque del tenero e, nel 1908, i due si sposarono alla presenza dell’intero corpo diplomatico e della nobiltà inglese.

Il viaggio di nozze, che si svolse in Italia sul Lago Maggiore e a Venezia, fu breve: Churchill tornò a lavorare al ministero assegnatogli da Asquith come uno stakanovista e successivamente, quando i liberali riottennero nuovamente la vittoria nelle elezioni del 1910, fu richiamato al governo, ottenendo il dicastero degli Interni. Come ministro degli Interni Churchill adoperò “Il bastone e la carota”: da un lato riuscì a variare una profonda riforma carceraria, atta a rendere meno debilitante la prigionia, dall’altra soppresse gli scioperi dei minatori a Tonypandy nel Galles, richiedendo l’intervento dell’esercito. Con l’incidente di Agadir, ossia l’apparizione della cannoniera tedesca Panther inviata nella omonima baia marocchina per acquisire una parte del Congo francese, si cominciarono a presagire i primi funesti atti della Guerra Mondiale. Churchill, che aveva avuto un rilevante ruolo nel risolvere la situazione di crisi, ottenne la nomina di Primo Lord dell’Ammiragliato: era la posizione a cui tanto ambiva, e cominciò ben presto a ristrutturare e ad ammodernare l’intera flotta britannica, oltreché ad avviare lo sviluppo dei sottomarini e della nascente aviazione. E, alla fine, vennero i cannoni: nel giugno del 1914 l’arciduca ereditario del trono d’Austria – Ungheria Francesco Ferdinando venne assassinato assieme alla moglie, e qualche settimana dopo per ritorsione l’impero Austro – Ungarico invadeva la Serbia. Da lì il passo fu più lungo della gamba, e in breve tempo, le principali potenze europee furono coinvolte: iniziò la Prima Guerra Mondiale. Churchill, assieme al suo mentore Lloyd George, era pronto a prendere immediatamente le armi. Nel mese di settembre ed ottobre, quando le truppe di entrambi gli schieramenti cominciano la fatidica “corsa al mare” per vedere chi riuscirà a sfondare e chi a difendere la linea del fronte lungo le coste francesi, Churchill si reca ad Anversa per promettere ai ministri del governo belga che la città sarebbe stata difesa con rinforzi inglesi che sarebbero sbarcati da lì a breve; una promessa inutile perché il 10 ottobre, dopo 5 giorni di combattimenti, Anversa cade in mano tedesca.

Sempre in quello stesso anno, assieme alle alte figure dello Stato Maggiore, Churchill predispose un piano d’attacco per occupare la penisola di Gallipoli, nello stretto dei Dardanelli, con obiettivo Costantinopoli: in questo modo si sarebbe andati in aiuto dei russi e si costringeva la stessa Turchia a chiedere la pace. In realtà le cose andarono diversamente: gli inglesi persero parecchie navi a causa delle mine presenti nel distretto e, nonostante le truppe riuscissero a sbarcare, esse non avanzarono che di pochi chilometri in quanto ben presto i turchi si trincerarono nell’entroterra.

A Churchill venne data tutta la colpa del disastro dell’operazione: venne assegnato ad una carica “svuotata”, quella di cancelliere del ducato di Lancaster, addirittura senza portafoglio e, ben presto, fu costretto a uscire totalmente dal gabinetto di guerra: anche quando, attraverso un’inchiesta parlamentare, riuscirà parzialmente a discolparsi dei suoi insuccessi militari, i suoi colleghi del parlamento glielo faranno ricordare attraverso i mormorii ogni qualvolta prende la parola “Anversa … Dardanelli”. Senza ministero e con un profondo senso di solitudine e depressione, riuscì a tirarsi su cominciando quella che diventerà uno dei suoi hobby preferiti: la pittura. Nonostante non fosse più al governo, decise di rispolverare la sua uniforme, chiedendo di essere destinato alle trincee di Francia: si ritrovò quindi nelle Fiandre, con il grado di maggiore, dove ritrovò il suo temperamento energetico ed attivo che lo aveva contraddistinto quando era corrispondente di guerra. Con la sconfitta degli Imperi Centrali, e la vittoria dell’Intesa (Inghilterra, Francia ed Italia), si arrivò all’armistizio del 4 novembre 1918, e successivamente alla firma del trattato di Versailles, che poneva pesanti sanzioni e rinunce da parte della Germania sconfitta. Erano sorti nuovi Stati, come quello dell’Unione Sovietica dal disgregamento dell’Impero Russo, che preoccupavano parecchio Churchill (tant’è vero che mandò varie missive a Lloyd George per sostenere la difesa delle ragioni dei russi bianchi, e di allearsi con la Germania appena sconfitta contro il bolscevismo), ma anche nuovi incarichi: subito dopo la fine del conflitto, nel 1919, gli venne affidato il ministero della Guerra, unito a quella dell’Aeronautica. Qualche anno dopo, nel 1921, gli venne affidato il ministero delle Colonie; tutto questo, con alterne fortune (qualche anno dopo sarebbe nuovamente passato nelle file dei conservatori), durò fino agli inizi degli anni ’30, e sempre per conto del governo di Sua Maestà e attuando forze di riequilibrio per tutto un quinquennio. Nel gennaio del 1927 riuscì anche ad incontrare Mussolini, il quale aveva appena superato la bufera dovuta al delitto Matteotti. Con lui ebbe nuovamente due nuovi incontri, rispondendo così alle domande dei giornalisti italiani in quell’occasione:

“Se io fossi italiano sarei stato con voi [Mussolini] fin dal principio […] il vostro movimento ha reso un servigio al mondo intero”.

Cento anni fa, mentre nell’Europa Continentale le trincee sgorgavano sangue, in Irlanda si consumava la “rivolta di Pasqua”, uno dei primi ed eroici passi verso la proclamazione della Repubblica Irlandese, ossia dell’indipendenza dal governo della Gran Bretagna.

La Irish Republican Brotherhood e la Irish Citizen Army tra il 24 e il 29 Aprile occuparono le principali zone della capitale Dublino,capeggiati da Pádraig Pearse, poeta, insegnante e avvocato che guidava volontari irlandesi e da James Connolly, leader dell’esercito dei cittadini irlandesi. La rivolta fu soffocata nel sangue in sei giorni. Gli inglesi usarono per la prima volta i carri armati, un test pilota per poi usarli durante il conflitto mondiale, riuscendo a portare la situazione sotto controllo al termine del 29 aprile. Pearse e Connolly furono arrestati, processati e giustiziati. La rivolta non ebbe quindi conseguenze sul piano militare e strategico, ma aprì una fortissima breccia nella coscienza della nazione irlandese, anche perché fu proclamata dai due condottieri la Repubblica.

All’indomani della Rivolta di Pasqua, i consensi del Sinn Fein, salirono vorticosamente. Il successo delle elezioni del 1918 diede la carica ai deputati eletti che decisero di non sedere sui banchi di Westminster. Nel gennaio del 1919, il 21 del mese, fu proclamata dal Sinn Fein la Repubblica d’Irlanda e la conseguente indipendenza dalla Gran Bretagna. In realtà non fu una nuova proclamazione ma fu ribadita la validità di quella del 1916 della Rivolta di Pasqua. Nominato Presidente Eamori De Valera, l’IRA, Irish Republican Army, iniziò la sua guerra contro la polizia e l’esercito britannico. In clandestinità intanto si organizzava il nuovo stato mettendo le fondamenta per l’effettiva indipendenza. Le battaglie, i sacrifici e l’organizzazione del nuovo stato durarono lunghi 18 anni, quando nel 1937 fu promulgata la nuova costituzione che aboliva tutte le prerogative regie e dava all’Irlanda il vecchio nome gaelico Eire.

Fu proprio cento anni fa che idealmente, con il sacrificio di Pearse e Connolly, con l’eroismo e l’audacia dei rivoltosi, che il popolo irlandese si proiettò verso la propria libertà, accettando di combattere una guerra che si estenderà per molti decenni.

 

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Una quantità innumerevole di plastica, ma anche vetro, metallo, ombrelloni, sdraio e assorbenti sono stati raccolti sulla spiaggia limitrofa alla Riserva Naturale di Tor Caldara, grazie all’impegno dei volontari del Nucleo Fare Verde di Anzio Nettuno. L’evento lanciato dalla onlus, che ha scelto una delle spiagge più belle del territorio di Anzio e allo stesso tempo trascurata, ha come obiettivo quello di riportare al centro dell’attenzione la necessità di ridurre i rifiuti e riciclarli il più possibile. I volontari hanno colto l’occasione per fare una cernita dei rifiuti e dimostrare che sulle spiagge ormai si trova di tutto, ed è quindi dovere dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni cooperare per tenerle pulite. Inoltre, Fare Verde continua a denunciare il grave fenomeno dell’erosione che colpisce le nostre coste, specialmente in questo tratto oggetto dell’iniziativa.
La spiaggia purtroppo, nonostante il grande impegno dei volontari, è ancora cosparsa di rifiuti in quanto la mole di lavoro richiederebbe un intervento più mirato e specifico; ciò che colpisce è come la flora marina rinvenuta sulla battigia sia divenuta una componente intrinseca del rifiuto, tanto da esserne parte e da non poterla più scindere. Il tutto è frutto di una scarsa collaborazione e senso civico del cittadino; la mancata vigilanza da parte dell’amministrazione comunale che ha il dovere di intervenire, ma anche dal cattivo funzionamento dei depuratori urbani (altrimenti non si spiegherebbe di come possono essere rinvenuti innumerevoli assorbenti in spiaggia), che saranno al centro di un importante programma di studio e controllo durante la stagione da parte di codesta associazione.
Luca Zomparelli, responsabile di Fare Verde del nucleo Anzio-Nettuno, invita quindi l’amministrazione comunale competente a procedere immediatamente con un intervento di pulizia straordinaria ed urgente visto lo stato di degrado in cui versa la spiaggia libera comunale, ribadendo anche che abbiamo l’obbligo giuridico e morale di tenere merito e fede ai vari riconoscimenti che le nostre spiagge hanno avuto a livello regionale ultimamente.

 

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Venerdì 29 aprile alle 20, presso la pizzeria il Cantiere ad Anzio, in Via Rinascimento, ci sarà la seconda cena solidale per il reparto di pediatria e neonatologia dell’ospedale di Anzio, organizzata da Libertà e Azione. L’associazione, dopo il successo della cena natalizia, ha voluto riproporre questo evento, proprio per la grande partecipazione avvenuta a dicembre. Con quell’evento sono stati comprati una tavola spinale pediatrica ed un “ragno”, ovvero le cinture da applicare sul corpo del piccolo paziente per mantenerlo fermo sulla tavola spinale. I materiali sono in dirittura di arrivo all’ospedale e poco prima della cena verranno consegnati alla presenza del Dottor Persiani, primario del reparto in questione, che con la sua preziosa collaborazione sta rendendo realtà i progetti dell’associazione per l’ospedale.

Puntare su i più piccoli è puntare sul proprio futuro ed in un territorio così vasto, come quello coperto dal nostro polo ospedaliero, bisogna dare un supporto attivo e concreto, ad un reparto, che come molti altri subisce l’abbandono dello stato, sempre più proiettato a fare della sanità un bene da acquistare e non un diritto acquisito con la nascita. In molti hanno seguito le nostre iniziative solidali in vent’anni di attività dell’associazione, ma possiamo dire con certezza che raramente abbiamo incontrato così tanto entusiasmo come per questa causa. Tra riffe, eventi informativi e il successo della prima cena, abbiamo subito organizzato questo secondo evento di raccolta fondi, con la certezza di ottenere un successo maggiore.

Ringraziamo il dottor Persiani per la sua grande disponibilità, come Andrea Galati del Cantiere sempre in prima linea per la beneficienza, con il quale si contano innumerevoli iniziative che hanno suggellato un’amicizia ormai duratura. Invitiamo chiunque fosse interessato a partecipare, contattandoci al numero 3271269433, alla nostra e-mail liberteazione@hotmail.it, o sulle nostre pagine facebook. Ricordiamo a tutti che il menù prevede antipasti, pizza a volontà, dolce, una bevanda a scelta, caffè e amaro, per soli 20 euro da devolvere ai nostri piccoli pazienti. Vi aspettiamo!