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Una giornata dedicata alla pulizia della riserva naturale di Tor Caldara. Ad organizzarla l’associazione “Fare Verde” Anzio-Nettuno, per il prossimo sabato 16 aprile con appuntamento alle ore 9.20 davanti al Bar Class vicino all’ingresso della Riserva Naturale di Tor Caldara (Via Ardeatina angolo Via Primiero). I volontari e tutti i cittadini che vorranno partecipare all’iniziativa, contribuiranno a ripulire la bellissima spiaggia sotto la riserva che purtroppo è in stato di degrado e piena di rifiuti. A gennaio gli attivisti di Fare Verde erano già stati impegnati con “Mare d’Inverno” nella pulizia delle “Grotte di Nerone”. Luca Zomparelli, Responsabile Fare Verde del nucleo Anzio-Nettuno, invita quindi la popolazione a partecipare: “bisogna aprire una breccia tra i cittadini per capire che le nostre coste sono sommerse dall’immondizia, una questione di inciviltà e di danni permanenti all’ambiente. Come bisogna affrontare la questione dei depuratori, i quali soffrono una sovraccarico estivo immenso, tanto da creare troppi danni ai nostri mari e a chi ne usufruisce, quindi tutti”.

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di redazione

Alla luce dell’intervista di Bruno Vespa al figlio del boss mafioso Totò Riina, l’associazione Libertà e Azione, dopo decenni di iniziative contro la mafia, sente di voler esprimere il proprio pensiero e di voler invitare le librerie del territorio ad una iniziativa comune.

“Abbiamo assistito negli ultimi anni alla spettacolarizzazione della mafia sui principali canali delle nostre televisioni, sia in chiaro che a pagamento. Una sequenza di film e fiction che hanno fatto passare in secondo piano la realtà più triste del nostro paese, un male che non solo affanna gli italiani ma che ha sparso sangue tra innocenti i quali famigliari spesso reclamano ancora giustizia. La scelte del Dott. Vespa di intervistare Rina jr. nel suo programma, una colonna portante nel palinsesto italiano, con spesso picchi di audience altissimi è stata una mancanza di rispetto verso quelle vittime, che lo stesso Rina, ha più volte umiliato ed insultato. Solo poco tempo fa il figlio del Boss insultava Giovanni Falcone per telefono, in un colloquio con Fabrizio Miccoli, celebre calciatore, mostrando nessuna sensibilità per quel terribile omicidio. Noi non condanniamo Rina jr. per le sue origini famigliari.  Nessuno sceglie i propri genitori e nessuno è colpevole delle malefatte di questi, in nessun caso. Ma il figlio di Rina non solo non ha preso le distanze dal padre, ma ha più volte calpestato il ricordo di coloro che sono morti nella lotta alla mafia, eroi nazionali, purtroppo dimenticati troppo velocemente. Peppino Impastato, Beppe Alfano, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono tra le vittime più conosciute di Cosa Nostra, ma a questi si aggiunge una lista di sangue impressionante, sangue sparso per tutta l’Italia. Dobbiamo ridare spazio a loro, alle loro vite, ai loro interessi e alle loro battaglie, sono loro che dobbiamo conoscere e non procedere a sterili intitolazioni di scuole, piazze o monumenti, perché il ricordo di questi uomini non deve essere statico ma attivo, in ogni luogo, televisione compresa. Perché non riempiamo gli scaffali delle nostre librerie con i testi di questi personaggi?”

“Invitiamo tutte le librerie di Anzio e di Nettuno a non vendere il libro di Riina “Riina Family Life”, ad aderire all’esempio della libraia di Catania “Vicolo stretto” la quale ha deciso di non esporre e tantomeno di acquistare la produzione del figlio del boss mafioso. Ognuno è libero di scrivere libri, ma le gesta e le parole di Riina jr. sono come coltelli che uccidono ancora chi ha lasciato la vita per sbaglio o per combattere la mafia. In un territorio come il nostro, purtroppo invaso da infiltrazioni mafiose di ogni genere, in cui la parola mafia non è più un’eccezione ma sta diventando tristemente la regola, dobbiamo dare risposte chiare. La mafia non è un gioco, non è un film e a chi la difende non va dato spazio negli show televisivi e tanto meno sugli scaffali di una libreria”.

Si è concluso sabato il banchetto di Fare Verde del nucleo Anzio-Nettuno allestito in Piazza Pia. I volontari hanno spiegato le finalità dell’associazione ai molti che si sono fermati per conoscere da vicino la nuova realtà ambientalista. Punto focale il referendum del 17 Aprile, di cui gli attivisti sono a favore del Si. Sabato prossimo a Nettuno, 09 Aprile, a via Giacomo Matteotti, davanti all’edificio comunale, ci sarà un nuovo banchetto per far conoscere ai cittadini nettunesi le attività e i motivi per il Si referendario. Domenica sera il responsabile di Fare Verde Anzio-Nettuno, Luca Zomparelli, si è incontrato con altri attivisti e con il nucleo di Aprilia per fare il punto della situazione con il presidente Francesco Greco, venuto da Roma per conoscere le realtà territoriali dell’associazione Fare Verde. Il presidente in questo momento è impegnato a girare l’Italia per portare avanti la battaglia per il referendum sulle trivellazioni. Un momento delicato in cui ha voluto riunirsi con i nuclei territoriali di zona i quali hanno creato un gruppo di persone provenienti da ogni ambito della società ma con la stessa voglia di salvaguardare l’ambiente circostante.

Sabato 2 aprile dalle 10 alle 18 l’Associazione Fare Verde Onlus presso Piazza Pia ad Anzio, tramite i nuclei di Fare Verde Anzio e Nettuno, attivi sul territorio sulle tematiche ambientali, allestirà un banchetto informativo. Sarà un momento in cui si potrà conoscere l’associazione e i suoi scopi ma soprattutto le battaglie che vengono portate avanti sul nostro territorio. Gli attivisti si sono già mossi con il nucleo di Aprilia a fine gennaio per la pulizia delle Grotte di Nerone e in questo periodo affrontano campagne di sensibilizzazione per il “si” al Referendum contro le Trivelle del 17 aprile. Proprio sull’argomento della trivellazione il banchetto sarà fornito di materiale informativo e i presenti potranno rispondere a tutte le domande. Ci sarà anche l’occasione per iscriversi e partecipare direttamente a tutte le attività ambientali che verranno volte in futuro. Infatti aprile e maggio saranno mesi in cui sono state progettate già diverse iniziative che conoscerete tramite la pagina Facebook dell’associazione stessa.

di Johannes Balzano

Bombe, uomini che si fanno saltare in area, sventagliate di mitra che uccidono centinaia di innocenti, nei luoghi di tutti i giorni, nei luoghi di festa, nel cuore dell’Europa. Poi il copione è sempre lo stesso: in migliaia si riversano con fiori, fiaccole, chitarre e gessetti a inscenare una sterile compartecipazione al dolore. I politicanti si azzuffano sul tema migratorio, tra chi piange in sala conferenze, ma sorride mentre stringe accordi con le monarchie del petrolio, i finanziatori del terrorismo internazionale, e chi si fa fotografare sui luoghi delle stragi, esprimendo una bassezza politica sempre più evidente agli occhi dell’osservatore attento. Ma cosa sta succedendo nell’Europa apparentemente sotto attacco dell’Islam? In che dinamica siamo entrati?

Anni fa, su qualche blog, alcune penne di questo sito di approfondimento, scrivevano dello Scontro di Civiltà, il libro di Samuel Huntington, dei primi anni ’90, un must in tutte le università e accademie di scienze politiche in occidente. Lo scrittore, che ad oggi ai più sembra un illuminato, teorizzò la frattura del mondo in diverse civiltà, tra cui quella maggiore sarebbe stata tra quella occidentale, Russia compresa e il mondo islamico. La sfida per sopravvivere quindi, in un occidente da lui definito in declino, si sarebbe svolta con una guerra contro il mondo mussulmano, difficile di per sé da inquadrare per la sua vasta estensione, ma chiaramente proiettato a fare la guerra agli occidentali tramite le armi, la religione e la pressione demografica, innegabilmente galoppante. A più di vent’anni da questo saggio potremmo definirlo profetico, anzi Huntington è un anticipatore di ciò che avviene, ma di profeta ha ben poco. Il suo saggio, ormai un manuale, è diventato il retroterra teorico della prassi politica dei governi mondiali, apparso nel momento clou per la nuova agenda politica americana e degli alleati, dopo che, il crollo del bipolarismo, aveva liquefatto la politica ideologizzata , creando il falso mito della Pax Americana, mentre nel mondo islamico si mettevano le radici per quello che succede oggi.

Il resto lo ha fatto la storia, il testo di Huntington diventa realtà dopo il 9/11 con la guerra totale all’Afghanistan e all’Iraq, con il mito di Bin Laden, con gli attentati in Spagna e Inghilterra, con i rapimenti di civili europei, fino al diktat di detronizzare ogni governante del mondo Medio-Orientale, ritenuto “poco-democratico”: le Primavere Arabe, Gheddafi e da anni ci provano con Assad, sono stati messi sul piatto d’argento dello scontro di civiltà. Ad infuocare questa concezione ora ci sono le bombe che spezzano l’Europa, bombe che agiscono su due piani diversi, quello religioso e quello strettamente politico.

La religione non è il mandante. Su questo non ci piove. Il mondo destrorso può puntare quanto vuole il dito contro Allah per arrivare alle effimere semplificazioni elettorali, ma la religione non è il mandante, bensì il motore. Si tra un mandante  un motore ci sono differenze abnormi. Il motore è ciò che spinge, questi giovani terroristi, ad uccidersi portando con sé altre decine di vite, a sparare all’impazzata, a riempire di sangue i luoghi delle loro malefatte. Credono di farlo per il loro dio, hanno reti religiose organizzate, soprattutto a Bruxelles, e vengono indottrinati alla guerra santa. Le loro motivazioni sono quindi religiose, sono spinti dalla religione, ma sono soltanto delle pedine. I  veri mandanti non sono gli immam, non sono le guide religiose, non è nulla di tutto questo. Non c’è nessuna guerra alla cristianità, ma una guerra all’Europa intesa come realtà politica e davanti al suo ultimo stadio di vita, prima di essere terra di razzia per chiunque, proveniente da occidente o da oriente. L‘Europa non deve più pesare sullo scacchiere internazionale, non deve avere accessi preferenziali al mondo arabo, non deve concludere accordi in libertà. L’Europa deve vivere con la minaccia della morte, della distruzione e del panico. E mentre ciò accade si corrode la natura europea, degli stati europei e dei popoli europei. La costante minaccia del terrorismo azzera le libertà politiche, le schiaccia in nome della sicurezza. La paura confusa che si percepisce è usata per creare un nemico invisibile, non riconoscibile e onnipresente, un nemico che distrae dai veri bisogni del Continente, che cola a picco tra immigrazione incontrollata e collasso dello stato sociale, mentre ogni rivendicazione viene cancellata dall’agenda politica dei partiti, pronti a discutere solo dell’Islam.

Intorno al terrore si muove il mondo intero, i giornali semplificano il tutto, mentre nessuno si chiede chi li arma, o perché i servizi segrete falliscono così miseramente i loro compiti e vengono “fregati” da ragazzi di vent’anni o poco più. Nessuno si interroga sulla volontà politica, che come insegna la storia si cela dietro ad ogni fenomeno globale. È il doloroso ingesso nella nuova epoca della post-democrazia ben descritta da Crouch: « Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi, il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici »

Esautorati i governi con il terrore, resa la partecipazione democratica ancora più inutile di quello che già è adesso, le decisioni da prendere su milioni di persone verranno prese da poche élite, quelle poche che definiscono anche che tipo di guerre sono da combattere, aizzando l’odio religioso che cela interessi d’oro.

di Luca Zomparelli

Da qualche mese in Italia si parla del referendum contro le trivellazioni, che si terrà il 17 aprile. Ecco cosa prevede e gli effetti che può avere.

PERCHE’ il referendum ad Aprile?

In molti chiedevano di spostare il voto a giugno, quando in diverse città italiane si terranno le elezioni amministrative. La concomitanza tra amministrative e referendum avvantaggerebbe i promotori del quesito referendario, perché aumenterebbe la possibilità di raggiungere il quorum necessario affinché il referendum sia valido. Per raggiungerlo, deve andare a votare la metà degli aventi diritto. Il governo e il presidente della Repubblica hanno deciso di convocare il referendum abrogativo il 17 aprile. La legge (decreto 98 del 2011) non prevede che le elezioni possano svolgersi in concomitanza con un referendum.

COSA chiede il referendum?

Nel quesito referendario si chiede: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. Il quesito riguarda solo la durata delle trivellazioni già in atto entro le 12 miglia dalla costa (tra l’altro divenuto divieto dal 2013), e non riguarda le attività petrolifere sulla terraferma, né quelle in mare che si trovano a una distanza superiore alle 12 miglia dalla costa.

QUALI effetti del SI’ al referendum?

Se vincerà il sì, sarà abrogato l’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente, dove si prevede che le trivellazioni continuino fino a quando il giacimento lo consente. La vittoria del sì bloccherà tutte le concessioni per estrarre il petrolio entro le 12 miglia dalla costa italiana, quando scadranno i contratti. Raggiungere il quorum è necessario perché solo così il risultato del referendum sarà valido, come previsto dall’articolo 75 della Costituzione italiana. Per essere valido devono andare a votare il 50% degli aventi diritto.

PERCHE’ è rimasto in piedi solo un quesito referendario su sei?

A dicembre del 2015 il governo ha proposto delle modifiche alla legge di stabilità sui temi affrontati dai quesiti referendari; per questo la Cassazione ha riesaminato i quesiti e l’8 gennaio 2016 ne ha dichiarato ammissibile solo uno, perché gli altri sette sarebbero stati recepiti dalla legge di stabilità.

A questo punto sei regioni (Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania) hanno deciso di presentare un ricorso alla Consulta per conflitto di attribuzione, riguardo a due quesiti referendari, tra quelli dichiarati decaduti dalla Cassazione, dove alcuni consigli regionali nazionali contestano al governo di aver legiferato su una materia che è di competenza delle regioni in base all’articolo 117 della costituzione. I due quesiti riguardano il “piano delle aree” (ossia lo strumento di pianificazione delle trivellazioni che prevede il coinvolgimento delle regioni, abolito dal governo con un emendamento alla legge di stabilità) e la durata dei titoli per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi liquidi e gassosi sulla terraferma.

La consulta però boccia i ricorsi presentati sulle trivelle per una questione formale. La decisione non inciderà sul referendum del 17 aprile, quando si voterà sulla durata delle concessioni entro le 12 miglia marittime. Purtroppo la materia del diritto ambientale prevede una legislazione di competenza speciale dello stato perché quest’ultimo deve curare gli interessi nazionali e il principio adottato, lontano da quello comunitario, è quello di allontanare la gestione dell’ambiente dalle realtà amministrative più vicine ai cittadini per non incorrere e sottoporre l’ambiente ad un mero compromesso politico-corruttivo, agendo quindi meglio a livello di unione-nazione che “comunalmente o regionalmente”. Per cui la tutela è materia esclusiva dello Stato, mentre la Valorizzazione è di tipo concorrente con le Regioni. Sono molteplici e soggettivi i motivi per dire “SI’ al mare pulito” e no alle trivelle e di tutti i politici pseudo-amanti del mare che del mare italiano non amano, non conoscono e non meritano niente. Trivelliamo dagli anni ’50 senza chiedere niente a nessuno. Resta però un voto importante anche se simbolico: occorre votare, e votare SI per mandare un segnale al Governo che siamo noi i governanti e loro i governati. E serve per mandare un segnale ai petrolieri che qui siamo informati, che siamo agguerriti. Stanno facendo di tutto per farlo fallire questo referendum: nonostante la poca pubblicità mediatica, sta a noi NON farlo fallire. Occorre andare a votare, dirlo a tutti, volerlo. Occorre che ciascuno ne parli con i propri amici, e parenti, e conoscenti, e fare lo sforzo di diventare piccoli attivisti.

Dobbiamo fare ogni giorno quel che possiamo, e il 17 Aprile 2016 VOTARE SI’!

di Cristiano Ruzzi

“Quinto potere” e “Quarto potere” potrebbero sembrare due film fortemente correlati, a causa del titolo. In parte no, in parte sì. No perché, in realtà, “Quinto potere” in realtà è la traduzione italiana del film, che in originale si chiamava Network, e sì perché esso ereditava da “Quarto potere”, diretto da Orson Wells, la larga diffusione e potenza dei mezzi di comunicazione (giornali e radio, nel film) in mano però a poche persone che ne gestivano vita, morte e miracoli (in questo caso il magnante Kane, interpretato da Wells stesso).

La trama di Quinto potere, esteticamente, può sembrare molto semplice: Howard Beale, commentatore della UBS di Los Angeles, viene licenziato con un preavviso di due settimane dopo undici anni all’interno dell’emittente televisiva e, nel corso della sua ultima trasmissione, annuncia di volersi suicidare una settimana dopo. Costretto dai suoi superiori a smentire il fatto, dirà con non poche volgarità la causa del suo licenziamento.

Diana Christensen, dirigente della UBS e stackanovista ossessionata dal suo lavoro (al punto che, ad un certo punto del film, mentre avrà l’orgasmo con il suo partner, comincerà a parlare di statistiche e percentuali dell’audience televisivo) fiuta “la puntata sui riflettori” che i giornali, in quel momento, puntano sulle scenate di Beale e decide di usarlo per aumentare gli indici d’ascolto della rete.

Ed è a questo punto, che la trama comincia ad impegnarsi, rivelando che in realtà “Quinto potere” e un film con una natura molto complessa: dopo un inizio abbastanza deludente la trasmissione comincia a prendere il volo quando Beale, dopo aver sentito la sera prima “La Voce di Dio”, proclama in piena trasmissione la dura verità:

“Abbiamo una crisi. Molti non hanno un lavoro, e chi ce l’ha vive con la paura di perderlo. Il potere d’acquisto del dollaro è zero. Le banche stanno fallendo, i negozianti hanno il fucile nascosto sotto il banco, i teppisti scorrazzano per le strade e non c’è nessuno che sappia cosa fare e non se ne vede la fine. Sappiamo che l’aria ormai è irrespirabile e che il nostro cibo è immangiabile. […] È la follia, è come se tutto dovunque fosse impazzito così che noi non usciamo più. […] Be’, io non vi lascerò tranquilli. Io voglio che voi vi incazziate. […] Dovete dire: “Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!” Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. Voglio che vi alziate proprio adesso, che andiate alla finestra e l’apriate e vi affacciate tutti ed urliate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!””

I continui discorsi deliranti di Beale, che la gente autoproclama ormai “il pazzo profeta dell’etere” di matrici anarco – rivoluzionarie, vengono sostenute apertamente dall’emittente televisiva fino a quando però la situazione diventa fuori controllo, con Beale che apertamente denuncia il potere nascosto dietro la televisione (“La TV è la loro Bibbia, la suprema rivelazione. La TV può creare o distruggere presidenti, papi, primi ministri. La TV è la più spaventosa, maledettissima forza di questo mondo senza Dio, e poveri noi, se cadesse nelle mani degli uomini sbagliati”) e, allo stesso tempo, intaccando in diretta gli interessi economici della Corporation che fino a poco tempo prima aveva acquisito la UBS, lo portano a incontrarsi – scontrarsi con il presidente della rete televisiva, MR. Jensen il quale, nella sala “Lumet” esporrà criticamente a Beale l’enorme potere di cui la televisione è in realtà la punta dell’iceberg:

“Lei si mette sul suo piccolo schermo da 21 pollici e sbraita parlando d'”America” e di “democrazia”… Non esiste l’America, non esiste la democrazia! Esistono solo IBM, ITT, AT&T, Dupont, DOW, Union Carbide ed Exxon. Sono queste le nazioni del mondo, oggi. Di cosa crede che parlino i russi nei loro consigli di Stato? Di Carlo Marx? Tirano fuori diagrammi di programmazione lineare, le teorie di decisione statistica, le probabili soluzioni, e computano i probabili prezzi e costi delle loro transazioni e dei loro investimenti: proprio come noi. Non viviamo più in un mondo di nazioni e di ideologie, signor Beale: il mondo è un insieme di corporazioni, inesorabilmente regolato dalle immutabili, spietate leggi del business.”
Costretto a sottostare al sistema, Beale dovrà allo stesso modo dirigere i suoi discorsi su questa linea fino al tragico, drammatico, epilogo.

“Quinto Potere” non è un film adatto a tutti, facente parte dei cosiddetti film “impegnati”, soprattutto di coloro che, al giorno d’oggi, sono abituati al classico film Americano pieno di effetti spettacolari o alla classica commedia all’Italiana.

Allo stesso tempo, però è un film che sebbene girato alla fine degli anni 70’ (1976), contiene un messaggio, come scritto all’inizio di questo articolo, molto chiaro e provocatorio che perdura fino ai giorni nostri: l’enorme potere esercitato dai mezzi comunicativi di massa e come questi, se in mano a poteri forti “deviati” e non, possano facilmente tenere sotto scacco un intero paese e la popolazione che ne subisce l’influenza.

 

di Mattia De Persio

Sono passati 5 anni da quando, nel giugno 2011, ventisei milioni di italiani votarono contro la privatizzazione del sistema idrico, stabilendo così che l’acqua doveva essere pubblica. Malgrado ciò, la nostra penisola presenta situazioni differenti, da nord a sud. Ci sono regioni che vantano di essere all’avanguardia, come Emilia Romagna e Toscana, che ignorando l’esito del referendum hanno intrapreso un percorso di ri-privatizzazione delle risorse idriche escludendo la gestione pubblica, o casi di città come Palermo e Roma che non hanno mantenuto le promesse affondando definitivamente il disegno di legge sull’acqua pubblica. Il risultato? Una famiglia di almeno 4 componenti e a monoreddito pagherebbe una bolletta dell’acqua più salata rispetto a una famiglia tedesca che può usufruire di reti idriche direttamente in mano ai comuni.          Possiamo quindi constatare che dal giugno 2011 poco è cambiato: soltanto 7 capoluoghi di provincia hanno approvato la mozione che prevede di affidare la gestione del servizio idrico a enti pubblici e non più privati.

Ma il vero voltafaccia al risultato referendario del 2011 sembra essere proprio arrivato dallo stesso Partito Democratico che 5 anni fa si era espresso a favore dell’acqua pubblica. Il 15 marzo, la commissione ambiente della Camera ha approvato due emendamenti presentati dalla maggioranza che ribalterebbero il contenuto dell’art. 6 presente nel disegno di legge.

L’art. 6  prescrive l’affidamento del servizio idrico solo a enti di diritto pubblico. Gli emendamenti firmati dai deputati del Pd, Enrico Borghi e Piergiorgio Carrescia, chiederebbero la soppressione dell’articolo e l’approvazione di nuove norme sui servizi idrici previste dall’entrata in vigore del decreto Sblocca Italia. Sembrerebbe quindi che in Italia l’acqua non è un bene comune, bensì una fonte di cospicuo guadagno per i privati.

Il prossimo 17 aprile saremo nuovamente chiamati a pronunciarci sul referendum abrogativo che abolirà o meno la legge che normalizza nuove trivellazioni nei mari italiani, tuttavia c’è da chiedersi se, malgrado le più banali apparenze, quale strada intraprenderà la nostra democrazia referendaria, assumendo piuttosto i lineamenti di un semplice sondaggio d’opinione o l’espressione della volontà popolare. Lo scrittore illuminista Rousseau, in uno dei suoi importanti saggi, Il Contratto sociale, pubblicato nel 1762, ci fornì la prima importante formulazione di democrazia rappresentativa: “ll popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla. Nei brevi momenti della sua libertà, l’uso che ne fa giustifica davvero che esso la perda.” Insomma, Rousseau trent’anni prima della Rivoluzione francese aveva già evidenziato i limiti della sovranità popolare. A confermare ciò che sosteneva Rousseau la storia referendaria del nostro paese è stata ricca di casi che testimoniano di come tale prassi è stata deturpata a compiacimento dalla nostra classe politica.

di A.D.B.

 

Gli occhi di un ragazzo sono uguali a quelli degli anziani, entrambi hanno sempre qualcosa da raccontare, sicuramente vite diverse ed esperienze minori. Ma  quegli occhi che oggi luccicano di rabbia una volta avevano un sogno, un avvenire, un credo….. Si quei sogni coltivati dal ragazzo non potranno realizzarsi, ma gli anziani quei sogni gli hanno vissuti!

Loro ricordano la loro terra amata, difesa, il loro suolo natio splendere come il più forte sole di una giornata estiva, forse loro non la  chiamavano “terra” era troppo dispregiativo, la loro era la PATRIA. Parola forte in quegli occhi di ragazzo, che non può e a volte non vuole sapere cosa dietro quella parola si nascondeva e perché si pronunciava orgogliosa in qualsiasi frangente essi parlavano, si la PATRIA quella che gli anziani col sudore della loro fronte hanno difeso, cercando anche,  quel sogno, di tramandarlo alle generazioni nuove! Loro non avevano social, non avevano telefonini multimediali che possono sapere a distanza di chilometri a che ora  vai a dormire, quante volte ti svegli nella notte e a che ora ti alzi la mattina, non lo potevano sapere, ma poco importava a loro, perché la vita era bella così com’era. L’anziano di oggi è stato il ragazzo di un passato, che nel cuor suo germogliava la voglia di crescere, accendere il calore di una famiglia, in qualsiasi zona c’era la PATRIA . Proprio per questo quando la Patria chiamò non potevano tirarsi dietro, anzi spingersi sempre di più assaltando anche una trincea nemica, perché per loro rappresentava assaltare il futuro, un futuro solare. Un’ educazione figlia di quell’Italia  fondata su dogmi inossidabili.

Molti avevano in fondo una forte concezione spirituale cattolica, loro amavano veramente, nessuno poteva imporgli che all’interno dei luoghi pubblici il crocefisso poteva essere tolto, sarebbe stato come togliere quel lembo di terra che i contadini tutte le mattine lavoravano. Non esisteva neanche nella lontana immaginazione di un’opera dell’orrore sapere che un giorno i suoi stessi fratelli non avrebbero avuto più una casa dove riposare, dormire, crescere ed accudire nipoti, non potevano neanche immaginare che questa terra potesse essere calpestata da politicanti, politicanti che oggi l’hanno svenduta alle banche e ai poteri troppo forti, fatti di compromessi a tavolino, distruggendo così quel sogno di quel ragazzo di ieri, che oggi anziano piange, perché distrutto. Ma in tutto questo cosa c’entrano  gli occhi del ragazzo moderno? C’entrano, eccome. Oggi il ragazzo moderno si nasconde dietro a false mode, risponde col ghigno beffardo di arresa, perché dentro è vuoto come i suoi occhi. Non sogna più, non ha valori, non ha un obiettivo da raggiungere, perché è vero anche questo gli hanno tolto, ma lui rispetto all’anziano ha chinato la testa, si è arreso davanti ad un social o ad un telefonino, quello stesso che ti “spia” a che ora dormi, quante volte ti alzi la notte e a che ora ti svegli la mattina….. ma se al ragazzo di ieri questo non importava a lui invece si, perché il consumismo ha portato anche a questo.

Pensa se gli occhi del ragazzo potessero avere il coraggio di fissare forti quelli dell’anziano, prendergli le mani e dirgli “mi racconti perché voi amaste LA PATRIA”…… avrà una grande risposta, vedrà quella luce brillare nei racconti, farà felice il “vecchio” perché dentro di lui in silenzio potrà dire che quello che loro hanno costruito che per noi non è tutto vano e che ci sono ancora i figli dell’Italia che vogliono il loro riscatto, con rabbia e tenacia….. Perché in fondo c’è ancora qualche ragazzo che si è rotto le palle di essere schiavo nella sua PATRIA!

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di Johannes Balzano

C’era una volta il ‘900, il primo ‘900, che tra Belle Époque e industrializzazione, correva veloce verso la modernità, trascinando con se anche le masse che per la prima volta prendevano coscienza grazie alle esperienze ottocentesche e alla fondazione dei primi partiti di massa. La prima metà del secolo, quella che realmente conta, passò alla storia come il mezzo secolo della violenza, del sangue e della distruzione di massa, anche a ragione, ma trascurando quei fenomeni, quei personaggi e quegli avvenimenti che misero l’individuo realmente al centro della società, ma non come, nella teoria liberale, singolo fattore o agente di mercato, ma come  parte di un popolo, in simbiosi con lo stato che scaturisce da questo e ponendosi alla sommità dei rapporti sociali, organizzava la società in base alle esigenze lavorative, economiche, culturali e tecniche della popolazione.

Una concezione di stato che portava all’emancipazione delle masse tanto rincorsa negli anni del secondo ottocento e mai raggiunta. Fu la fine dell’800 e l’inizio  del ‘900, con la modernità sopra citata, con la nascita di uomini predestinati, sprezzanti del pericolo e  dotati di un disperato amore per la propria patria, a realizzare quello che i teorici del marxismo e del socialismo non riuscirono mai a mettere in pratica nei decenni precedenti. A realizzare, o ad aver tentato di realizzare, il riscatto delle masse dall’oppressione dello strapotere borghese, dai vecchi vincoli nobiliari decaduti sulla carta ma non nella società, furono nuovi teorici, soldati politici, rivoluzionari forsennati e amanti della patria più che della stessa vita. Ebbero formazioni marxiste, tutti provenienti dal mondo socialista, che rifiutarono perché ormai corrotto, contorto, subdolo e infido. Migliaia di operari e contadini venivano quotidianamente presi in giro dalle élite dei partiti di massa in nome di Marx, Engels e chi sa chi. Ma il parlamentarismo borghese, la democrazia dei mediocri, aveva fatto di questi capipopolo delle pecore invigliacchite. Furono gli eventi storici a spazzarli via: la guerra mondiale, le rivendicazioni salariali, l’immensa crescita delle città e una crescente consapevolezza del proprio ruolo nella società a far prevalere nuovi uomini. La fine della democrazia fu segnata dall’ascesa di uomini provenienti dai ceti bassi della società o ripudianti della loro collocazione borghese dovuta dalla nascita.  Etichettati come nazionalisti, comunisti, fascisti, sovversivi, reazionari, o dimenticati totalmente, il libro della storia, scritto da chi governa le sorti del mondo, ce li ha presentati come nemici dell’umanità o li ha depennati totalmente.

In centinaia e migliaia per tutto il Vecchio Continente, i nuovi rivoluzionari, così difficili da inquadrare dalla democrazia parlamentare, ottennero quei successi, quelle conquiste sociali, che noi oggi non solo ci sogniamo, ma che vediamo decadere, corrose dallo strapotere tecno-finanziario che gestisce il nostro e i nostri stati. Decadenza davanti a cui noi non reagiamo, mentre il nostro io viene circondato da quei diritti dell’individuo, basati sulla soddisfazione del proprio ego, sconnettendo il singolo dal popolo, il popolo dallo stato, lo stato dal potere.

Il diritto all’alfabetizzazione, il diritto alla pensione, alle otto ore lavorative, alla tredicesima, alle ferie, alla maternità, il diritto alla casa. La concezione della nazione come unità politica, morale ed economica, con lo Stato garante, a tutela del lavoratore, delle imprese, cancellando la dialettica servo-padrone. Sono parole lontane anni luce, in molti non sanno neanche chi le ha teorizzate (Giovanni Gentile), ma soprattutto non sanno che non esiste più  nulla di tutto questo. La nazione è scollata dallo stato, non esiste unità politica, tantomeno quella morale. L’economia è proprietà di qualche multinazionale che si serve dei propri tirapiedi parlamentari. Aumentano le importazioni dai paesi del terzo mondo, chiudono le imprese, i lavoratori perdono il lavoro, il prodotto consumato è di scarsa qualità. La finanza e l’economia monetaria è stata appaltata alle banche private che poi se la sono rivenduta tra di loro. Il sistema bancario truffa giornalmente migliaia di italiani incanalando risparmi in investimenti fasulli, creando buchi economici pagati dai contribuenti grazie al servilismo parlamentare. I mutui sono diventato uno strozzinaggio legalizzato e lo “stato sociale italiano” permetterà alle banche di pignorare la casa dopo sette rate non versate. Le case popolari vengono assegnate ad immigrati o gestite da clan mafiosi che sostituendosi allo stato decidono le assegnazioni, ottenendo così riconoscimento e controllo nelle zone in cui queste case vengono date. Gli esodati sono soltanto il primo granello di sabbia di un sistema pensionistico ormai arrivato agli sgoccioli, cannibalizzato dalle pensioni d’oro, inefficiente a causa del parassitismo  della burocrazia ed incapace a coprire le future pensioni dei quarantenni, trentenni e ventenni d’oggi.

I paladini dei diritti umani barattano e cancellano quelli sociali, esaltano la capacità dell’uomo di autodeterminare il proprio sesso, di comprare gli uteri delle donne emancipare, di cambiare nazione a proprio piacere. Dall’altra parte si alzano le barricate dei conservatori, lanciatori di slogan e professori di etica e moralità, ma che hanno venduto l’italiano deregolarizzando il mercato del lavoro, ceduto i risparmi dei cittadini con la privatizzazione della Banca d’Italia, coperto le grandi imprese nelle loro malefatte e permesso l’ingresso di migliaia di irregolari per garantire forza lavoro a basso prezzo, a prezzo disumano.

Sono un ricordo lontano quei condottieri del ‘900, che senza televisioni parlavano al cuore delle masse, indicavano loro le battaglie da intraprendere. Oggi quel poco che abbiamo lo dobbiamo a loro, mentre quello che non avremo più a chi oggi governa, a chi si litiga il posto del candidato sindaco di centrodestra a Roma, a chi per una manciata di voti ha aperto la strada al malaffare delle cooperative, dei clan mafiosi e delle multinazionali che pagano stipendi globalizzati, ma soprattutto a noi, incapaci di reagire, incatenati nelle metapolitica e lontani da chi ogni giorno affronta la fatica di portare a riva se stesso e la propria famiglia in questo mare di ingiustizie.